Archivio per la categoria 'Fotografia'
Gerablog è il neonato blog di Simone Gerardiello, nel quale sono apparsi già alcuni interessantissimi articoli di fotografia, elaborazione grafica e post-produzione con Photoshop (ma non solo). Lo stile è proprio il mio preferito, appassionato e meticoloso: proprio l’ideale per farsi venire voglia di provarci per conto proprio ma anche l’ideale per riuscirci, dal momento che le spiegazioni sono molto dettagliate. Ecco cosa troverete nel Gerablog:
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La fotografia digitale in bianco e nero
- Immagini HDR con Photomarix o Photoshop CS
- Ancora HDR, guida alla post-elaborazione con Photoshop
- Fotografare in movimento
Buona lettura!
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Un astrofilo della Florida ha realizzato (e postato qui) una bellissima immagine che vedete qui in alto. Si tratta di un mosaico di 15 fotografie della Luna, ognuna di 8.2 megapixel e tutte scattate con 1/5 di secondi di esposizione e ISO 100. E’ stata usata una Canon EOS-20D montata su un telescopio Schmidt-Cassegrain della Meade modello LX200 GPS UHTC 10″ grazie ad un moltiplicatore di focale (2x Televue Powermate). La lunghezza focale totale era di quindi 5000mm con f/20. Ha quindi trasferito i file in formato Raw in Photoshop CS2 usato per allineare, a mano, gli scatti. L’immagine finale è stata poi ottenuta aumentando la saturazione dei colori (quindi facendo risaltare per l’occhio umano dei colori realmente esistenti) ed ha aggiunto uno sfondo stellato per abbellire l’immagine. [fonte]
L’idea, molto bella e molto ben realizzata, non è però originale, come si può vedere da questa Astronomy Picture of the Day pubblicata dalla NASA il 16 febbraio 2006 e realizzata da Johannes Schedler, del Panther Observatory (anche se il risultato è meno gradevole e meno definito).
[via Giavasan]
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I Mosaici fotografici sono delle composizioni che possono piacere molto se sono ben fatti, ma per farli bene è necessario disporre di un grande numero di immagini a diverse tonalità di colore (e di molto tempo, proporzionato alla qualità del risultato che si vuole ottenere). Il software migliore che ho trovato per Windows è Imosaic (anche se esiste la versione per Mac e Linux). Per Mac Os X, invece, mi sembra decisamente versatile e intuitivo MacOSaiX che non solo permette di realizzare fotomosaici con tasselli esagonali o puzzle-formi (oltre che al classico rettangolo), ma permette anche di usare come archivio di immagini Google Images, scaricando automaticamente dalla rete le immagini che corrispondono ad una o più chiavi i ricerca. Questo esempio di mosaico della foto di un leone è stato realizzato esclusivamente con le chiavi di ricerca “lion, africa, desert”. Se volete provare altri software guardate in fondo alla pagina di Wikipedia.
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Questa mattina, all’Hotel Villa Morgagni a Roma, ho partecipato al seminario su Aperture, il primo software Apple di post-produzione fotografica per gli appassionati evoluti e fotografi professionisti. Il seminario è stato organizzato da Computime, rivenditore Apple praticamente dagli albori (1983), mentre il relatore era Alessandro Daprà, responsabile Apple per la fotografia digitale in Italia. Devo dire di essere rimasto molto soddisfatto della professionalità dell’esposizione dell’argomento e del software, ma anche sbalordito per alcune funzionalità decisamente avanzate. Prima del suo rilascio, molti avevano parlato di Aperture come dell’antagonista di Adobe Photoshop, ma è evidente una grande differenza di fondo. Ma andiamo con ordine.
Il cuore: l’image processing non distruttivo
Prima di tutto Aperture non è, e non vuole essere, un programma di fotoritocco, per cui non ci sono strumenti per duplicare una finestra di una casa applicando direttamente la prospettiva o strumenti per eliminare un lampione da una strada (cose che Photoshop può fare). Ciò che contraddistingue Aperture e l’editing non distruttivo, ovvero la possibilità di applicare effetti e filtri senza modificare realmente l’immagine originale. Il software calcolerà in tempo reale gli effetti durante la visualizzazione. In questo modo l’immagine originale non viene mai modificata e non si spreca spazio sul disco nel salvare con nome un immagine a cui abbiamo applicato degli effetti (ma che non vogliamo perdere). Questo paradigma, radicalmente diverso da quello di Photoshop, è utilissimo nel caso volessimo, in un secondo momento, eliminare un effetto o modificarlo. Per fare un esempio, se aggiustiamo i livelli, eseguiamo il bilanciamento del bianco e infine ritagliamo una fotografia, con un classico software come Photoshop possiamo annullare uno ad uno questi effetti ma solo nella stessa sequenza (a ritroso) con cui li abbiamo applicati. Inoltre, una volta chiuso il programma, tornare indietro è impossibile. Se volessimo eliminare il bilanciamento del bianco dovremmo ripescare l’immagine originale e riapplicare tutti gli effetti tranne quello. Questa operazione in Aperture è possibile con un singolo click, deselezionando l’effetto o modificandone i parametri. Ovviamente, come già detto, non sono possibili tutti gli effetti di Photoshop, ma ci sono comunque delle ottime opzioni tra cui: regolazione dell’esposizione e del colore, il bilanciamento del bianco, filtro anti occhi rossi, il filtro spot e patch per eliminare piccole macchie, riduzione rumore e maschere di contrasto.
Gestione iTunes-like
La gestione delle immagini è quindi totalmente diversa, permettendo un risparmio di tempo e di spazio. Ma ha anche molti vantaggi. L’interfaccia, infatti, è molto simile a iTunes, con una libreria e i progetti al posto delle playlist. Queste “playlist di foto” possono contenere delle foto scelte a mano oppure secondo criteri di ricerca come le keyword da noi inserite (gestite gerarchicamente), i voti da noi assegnati (da 1 a 5), la data di scatto e molto altro ancora. Effettivamente con iTunes la creazione di playlist speciali funziona esattamente nello stesso modo. Parafrasando lo slogan Apple “Conoscete iTunes? Allora conoscete Mac.” si può dire “Conoscete iTunes? Allora conoscete Aperture.”. Ma c’è di più: anche quando l’hard disk esterno su cui avete memorizzate le vostre foto è scollegato, potrete visionare le anteprime e tutti i metadati delle vostre creazioni.
La potenza del RAW
Continua a leggere ‘Roma, oggi seminario su Aperture’
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Sabato 3 Marzo, come tante altre persone, ho visto anch’io l’eclissi di Luna. Ho notato che questa volta sono stati davvero in molti a vederla, trainati dalla bugia mediatica che la prossima fosse fra 19 anni. Ovviamente questo non è vero, visto che ce sono di solito 2 all’anno e certe volte anche 4 (contando sia le eclissi parziali che quelle totali). Questa differenza di frequenza rispetto alle eclissi di Sole è dovuta soprattutto al fatto che l’eclissi lunare avviene perché il nostro satellite natura si va a nascondere nel cono d’ombra della Terra, che è molto più grande delle dimensioni della Luna. Nell’eclissi solare invece è la Luna che occulta il Sole ma le dimensioni apparenti dei dischi sono confrontabili. Inoltre le eclissi di Luna sono visibili da ogni punto della terra in cui la luna sia sopra l’orizzonte (praticamente un intero emisfero), mentre per poter osservare una eclissi di Sole bisogna trovarsi nella stretta fascia di totalità, lunga qualche migliaio di km ma spesso larga solo pochi km. In conclusione, anziché nel 2026, la prossima eclissi lunare visibile dall’Italia sarà già il 21 febbraio del 2008, a poco meno di un anno da oggi.
La foto che vedete è stata scattata allineando on-the-fly la mia macchina fotografica all’asse ottico del mio telescopio rifrattore della Meade da 70 mm di apertura e 350 di focale. L’immagine appare tutto sommato poco nitida per via della lunga esposizione senza cavalletto per la fotocamera. Un’altra bella foto, più definita perché scattata nella fase di penombra ove era presente più luce, è quella pubblicata da Antonio di Levysoft, che nel suo post si è dimenticato di annotare che per realizzarla ha usato il mio telescopio dopo che mi fossi preso la briga di insegnargli la tecnica da usare. Io invece non dimenticherò di ringraziarlo per la sua ospitalità nel suo lunghissimo balcone che ha permesso una comodissima sessione osservativa.
Potrà interessarvi sapere che il colore rosso caratteristico della fase di totalità dell’eclissi lunare è dovuto al fatto che non esiste un solo cono d’ombra, ma ne esiste uno per ogni colore, e con profondità diverse, e la Luna si trovava quindi nel cono d’ombra di tutti i colori tranne che in quello del rosso (che quindi risulta l’unico colore visibile). L’effetto di tridimensionalità della sfera lunare, invece, è dovuto alla minore luminosità dell’astro rispetto a quando c’è luna piena, e ad una luce più diffusa rispetto alla luce diretta del Sole.
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Una notizia che sorprende… ma non più di tanto:
E’ la stessa Microsoft ad avvisare: “The software that is included with a digital camera may no longer recognize some proprietary metadata when you edit the properties of the photo in Windows Vista”. In parole povere: attenti se modificate i metadati (EXIF e non) delle vostre foto con Windows Vista. Potreste non poterli più recuperare e nei casi peggiori anche perdere la fotografia.
Nel caso del formato Jpeg può alle volte essere un problema marginale perché si tratta solo di dati di “accessori”, nel caso di foto RAW (formato non compresso utilizzato da fotocamere reflex per lo più) la rilevanza è ben maggiore perché sono informazioni essenziali per la visualizzazione della foto stessa.
Sembra infatti che esistano problemi di compatibilità con il formato NEF (usato da Nikon) e Photo Info. Se si cerca di lavorare sui metadati di una foto NEF usando Photo Info (il tool di Vista dedicato all’editing dei metatag), i file delle immagini potrebbero non essere più letti da altre applicazioni, prima fra tutte Photoshop.
Purtroppo non esiste una patch che risolva il problema al momento.
[Via downloadblog, via Digifocus.it]
Un commento da downloadblog: Ma il nome Vista Ultimate significa che sarà l’ultima volta che vedrai le tue foto?
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Dopo il mese di Aprile di quest’anno sarà disponibile il nuovo modello di fotocamera digitale di marca svizzera Seitz 6×17 Digital. Già le dimensioni sono incredibili (come probabilmente potrete intuire guardando la foto qui a fianco), ma vediamo quali sono le principali caratteristiche tecniche di questo mastodonte pixellofago:
Velocità di acquisizione: 300 MB/s;
Grandezza delle immagini: raw (16-bit): 307 MB, uncompressed tiff (48-bit): 922 MB;
Peso: 2.8 kg (lenti escluse);
Dimensioni: 495×175x95mm;
Trasferimento immagini: Gigabit ethernet;
Range di sensibilità: 500 – 10.000 ISO;
Profondità di colore (cos’è?): 48 bit;
Risoluzione delle immagini: 160 Megapixel;
Minimo tempo di esposizione: 1/20.000 di secondo;
Prezzo: 29.770 Euro (della versione “maxi”).
Niente male.
[via fotodiario]
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Antonio di Levysoft mi ha mandato questo link http://multimedia.repubblica.it/tecnologia/489587 e mi posto la seguente domanda
Perché le immagini dei telescopi sono in bianco e nero e non a colori? C’è una ragione, secondo te?
E’ una domanda decisamente interessante, per cui ho deciso di dedicarmi esaurientemente alla risposta, pubblicandola di seguito:
I telescopi lasciano passare un certo range di frequenze (ad esempio i telescopi ottici, rifrattori o riflettori, lasciano passare il visibile, un po’ di infrarosso e poco di più, mentre i radiotelescopi… le onde radio). All’interno di questo range di frequenze ci sono praticamente tutte le frequente, e se siamo nel visibile, tutti i colori.
Il fatto è che per motivi di studio scientifico non è quasi mai interessante misurare l’intensità luminosa nell’intero range osservabile, ovvero fare una misura di tipo bolometrica, ma piuttosto scegliere delle bande di frequenza spesso molto sottili. Ad esempio piuttosto che vedere il Sole in tutti i suoi colori, è più utile interessarsi solo ad una sfumatura specifica del rosso, quella a 6563 Angstrom, ovvero la prima riga di emissione dell’idrogeno che si trova sulla superficie solare. In questo modo, tanto per dirne una, si vedono molto meglio le protuberanze solari che invece sarebbero affogate in un mare di luce se lasciassimo passare tutte le frequenze del rosso, figurarsi di tutto lo spettro visibile. Continua a leggere ‘Perché le immagini dei telescopi sono in bianco e nero’
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Ha appena visto la luce il mio nuovo photoblog: In qualche angolo dell’universo. E’ la prosecuzione naturale di photoniKBlog; infatti la sigla “kb2″ nell’URL sta ad indicare che si tratta della seconda versione del precedente photoblog.
PhotoniKBlog era strutturato in modo da enfatizzare non solo la fotografia, l’immagine, ma anche il come essa fosse stata realizza. In fatti, a corredo di ogni immagine, era presente un testo che spiegava gli accorgimenti tecnici (durante lo scatto o nell’elaborazione al computer) e la situazione contingente durante la realizzazione dello scatto. Spesso erano inseriti aneddoti o considerazioni di varia natura.
In questo nuovo photoblog, invece, il messaggio è veicolato sopratutto dall’immagine, a cui è affidato il massimo dello spazio della pagina. Il resto delle informazioni sono il titolo, la data di pubblicazione, i tag e gli exif. Questi ultime due classi di informazioni sono quelle che hanno sostituito il testo che accompagnava le foto nel mio precedente photoblog. Nei tag infatti inerisco informazioni riguardanti il luogo, il soggetto fotografato e gli eventuali effetti grafici applicati. Negli exif, invece, saranno riportate automaticamente le informazioni tecniche di ogni fotografia, così come impresse sul file originale dalla fotocamera digitale usata.
Spero che questo nuovo (per me) concept di photoblog sia gradito a tutti i visitatori. Buona visione!
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