L’oscuramento del sito di Indymedia

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Innazitutto: cos’è Indymedia?

Indymedia si autodefinisce “un network di media gestiti collettivamente per una narrazione radicale, obiettiva e appassionata della verità” ed è una rete di informazione indipendente nato dapprima nel nord America per esigenze di copertura mediatica di un evento che i media rischiavano di deformare, le proteste di Seattle contro il WTO.

Ma cosa è accaduto?

Giovedì 7 ottobre verso le ore 18 (italiane) il sito di Indymedia Italia non risultata raggiungibile. A una richiesta di chiarimenti il provider Rackspace, dopo 20-30 minuti, ha risposto con una nota dove dichiarava di aver dovuto consegnare il server all’FBI in seguito ad un ordine federale. Un atto che la stessa Indymedia considera “intimidatorio” considerando che il recupero dei dati del sito è stato ampiamente ostacolato. Infatti, invece di copiare dai server i dati utili per le indagini, il sequestro di interi computer, o dei soli hard disk (non è ancora chiara la dinamica del sequestro), ha reso impossibile la prosecuzione dei servizi di informazione di Indymedia Italia.

“L’operazione è stata condotta per conto di Paesi terzi da responsabili del ministero della giustizia contro il server Rackspace, che offre spazi a Indymedia”, ha detto Joe Parris, portavoce dell’FBI. Quali i Paesi terzi? “L’Italia e la Svizzera, i responsabili del ministero della Giustizia non hanno fatto altro che assolvere gli obblighi legali contenuti nel trattato di mutua assistenza”(da RaiNews24).

Il procuratore di Ginevra Daniel Zappelli ha detto che mercoledì scorso due ispettori ginevrini incaricati di far luce sui disordini avvenuti nel 2003 nel quadro del G8 hanno presentato denuncia contro ignoti dopo che le loro foto erano state pubblicate sul sito francese di Indymedia-Nantes. Zappelli non ha tuttavia voluto confermare se l’FBI abbia agito su sua richiesta.

Nel frattempo il capo della procura di Bologna, Enrico di Nola ha dichiarato di non escludere che l’oscuramento di Indymedia “sia stato eseguito in conseguenza della nostra inchiesta”: la Procura si occupa infatti di un caso di vilipendio delle istituzioni e della Repubblica per i commenti apparsi su Indymedia all’indomani del sanguinoso attentato di Nassiryah.

Un ipotesi sul sequestro del sito (riportata su Punto Informatico) è legata alla possibilità che tutto sia stato scatenato da un’inchiesta sulla pubblicazione di “nomi e facce di poliziotti svizzeri in borghese”. Che questo sia il motivo lo credono in molti, come quelli che in queste ore su Usenet stanno chiedendo di ripubblicare quei materiali, cosa che sta puntualmente avvenendo su diversi siti web, come sempre accade quando la rete ritiene di dover reagire ad una ingiusta censura.

E il caso è diventato subito politico, con reazioni da AN, che plaude all’operazione e dai Verdi, che chiedono che il governo riferisca al Parlamento.

Il portavoce di AN, Mario Landolfi, ha infatti affermato che “Aver oscurato il sito di Indymedia è stata una cosa buona e giusta: non si trattava di controinformazione, ma di un sito che sputava fango e veleno, pieno di oscenità, Che nel novembre 2003, a pochi giorni dalla strage di Nassiriya, aveva chiesto a nome di Alleanza Nazionale di chiudere il sito di Indymedia per i testi pubblicati sulla morte dei militari italiani (da RaiNews24).

Inoltre il ministro per l’Innovazione e la Tecnologia Lucio Stanca ha detto che “Internet non è una zona franca per alcun genere di reato. Internet è un grande spazio di libertà e come tale va salvaguardato”. Ci chiediamo come la censura possa essere uno strumento per salvaguardare la libertà in Internet.

Da sinistra, invece, Paolo Cento (Verdi) ha chiesto che il Governo riferisca al Parlamento sui fatti. “Ancora più inquietante - ha dichiarato Cento - è il fatto che in seguito all’azione repressiva contro Indymedia sembrano essere andati dispersi numerosi documenti e immagini audiovisive relativi al G8 di Genova, oltre che ad altri vertici internazionali come quello di Evian”.

Un altro esponente dei Verdi, Mauro Bulgarelli, ha insistito sul fatto che “occorre anche sapere che ruolo il nostro governo ha giocato in questa aggressione, se esistono inchieste della magistratura o se l’iniziativa rientri nella politica di subalternità dello stato italiano nei confronti degli Stati Uniti“. Una domanda che in queste ore si pongono per il Regno Unito anche alcuni inglesi, visto che gli hard disk erano nella filiale britannica di Rackspace.

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