Oggi elezioni in Palestina
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Oggi si svolgono le elezioni del presidente dell’autorità palestinese. Ma quanti avranno il diritto di partecipare a queste elezioni? Riportiamo un articolo di PeaceReporter apparso ieri, in cui viene spiegato come ci sia una limitata libertà di movimento della popolazione e venga negato il diritto al voto agli 8mila detenuti politici palestinesi (diritto invece garantito ai criminali comuni israeliani) ed alle centinaia di migliaia di rifugiati (di cui 350mila solo in Libano) che oggi guarderanno le elezioni dalla finestra. Qui di seguito, l’articolo completo.
Le elezioni di domenica saranno un momento cruciale per gli equilibri politici di tutto il Medio Oriente, ma anche e soprattutto il momento in cui gli abitanti della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, che potranno scegliere cosa vogliono per il loro futuro e mostrare al mondo fino a che punto la società palestinese abbia compreso il concetto di democrazia.
Libertà di movimento. La grande incognita che pesa sulla consultazione non riguarda il pericolo di attentati o sabotaggi da parte dei gruppi militanti palestinesi, quanto piuttosto le decisioni che le autorità israeliane prenderanno per tenere fede alla promessa di consentire il regolare svolgimento delle operazioni di voto. Il governo israeliano ha infatti annunciato che a partire da domani e per 72 ore, allenterà la sua pressione militare sui territori. Le truppe verranno gradualmente dislocate fuori dalle città palestinesi il cui controllo verrà affidato alle forze di polizia locale e verrà permesso agli osservatori internazionali di accedere alla Striscia di Gaza.
Fino ad oggi le restrizioni alla libertà di movimento sono continuate, sia ai danni dei comuni cittadini sia nei confronti dei candidati alle elezioni. Durante le ultime settimane si sono segnalati diversi casi di politici trattenuti e talvolta malmenati presso dei check point che intendevano attraversare per fare campagna elettorale. Il candidato che è stato maggiormente ostacolato è stato l’indipendente Mustafa Barghuti, che i sondaggi indicano come potenziale sorpresa, con il 22 per cento delle preferenze alle spalle di Abu Mazen, il favoritissimo candidato di al-Fatah, col 65 per cento .
Gerusalemme Est. Mustafa Barghuti, cugino alla lontana dell’altro leader di Fatah, Marwan Barghuti, è stato arrestato anche ieri a Gerusalemme mentre tentava di recarsi alla Spianata delle Moschee, terzo luogo santo ai musulmani e simbolo della seconda intifada. Per lui, si tratta del terzo fermo di polizia in poche settimane.
La libertà di movimento è stata ostacolata soprattutto a Gerusalemme, dove in precedenza era stato arrestato anche Bassam al-Salahi, candidato del Communist People’s Party e dove lo stesso Abu Mazen aveva rinunciato a tenere un comizio pur disponendo dell’autorizzazione israeliana. La municipalità di Gerusalemme Est è ancora un territorio conteso, e l’Autorità Palestinese non ha mai cessato di rivendicarlo come capitale di un futuro stato. A Gerusalemme Est il diritto di voto è stato concesso a poche migliaia di persone a fronte di oltre cento mila residenti che per raggiungere gli uffici elettorali dovranno uscire dalla città santa.
Detenuti. Tra gli esclusi dalla consultazione di domenica ci saranno anche gli otto mila residenti dei Territori Occupati attualmente detenuti nelle carceri israeliane, nelle quali Sharon ha negato il permesso di istituire cabine elettorali. Il ministro dell’autorità penitenziaria palestinese, Hisham Abdul Razek, si è appellato di fronte all’Alta Corte di Giustizia israeliana contro la decisione di Sharon ma senza successo. Secondo Razek si tratta di una decisione discriminatoria nei confronti dei detenuti politici palestinesi rispetto ai comuni criminali israeliani; i rappresentanti dei prigionieri nel carcere israeliano di Shikma avevano chiesto di partecipare al voto con una petizione, scritta in ebraico, in cui affermavano di voler “Contribuire alla costruzione di uno stato e di una società palestinesi fondati sulla democrazia, il pluralismo politico e il rispetto per le leggi” .
Zvi Rish, il loro avvocato, ricordava a Sharon che secondo la legge palestinese i cittadini detenuti nelle carceri palestinesi hanno il diritto di partecipare alle elezioni e che l’incarcerazione in Israele, illegale secondo le convenzioni internazionali, non dovrebbe negare tale diritto. L’avvocato Rish faceva notare che l’istituzione di cabine elettorali nelle carceri non avrebbe provocato alcun problema di ordine pubblico, visto che annualmente nelle carceri avvengono elezioni interne. Le autorità israeliane hanno risposto a queste richieste sostenendo che tale diritto non era stato concesso nemmeno nelle elezioni del 1996, quando però i detenuti palestinesi erano in numero molto minore. Gideon Ezra, ministro della sicurezza ha confermato la decisione affermando che “è già stato fatto abbastanza consentendo ai residenti di Gerusalemme est di votare.”
Quello dei detenuti è un problema molto sensibile perché la maggior parte di quegli ottomila si trovano in carcere per motivi politici. I casi di arresti di massa nelle città dei Territori Occupati sono una pratica ricorrente. Le persone di ogni età che sono agli arresti amministrativi nelle carceri israeliane sono centinaia. Questi possono essere trattenuti anche per lunghi periodi senza alcuna comunicazione delle accuse e senza il diritto di mettersi in contatti con famiglia o avvocati. In solidarietà con i prigionieri si è schierato anche Abu Mazen, che in un comizio elettorale ha chiesto la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi, incluso Marwan Barghuti.
Rifugiati. I prigionieri però non saranno gli unici palestinesi che domenica dovranno stare a guardare, ci sono anche centinaia di migliaia di rifugiati in Giordania, in Libano e in Siria. La maggior parte di loro, rifugiati dal 1948, guardano con scetticismo alle elezioni di domenica. Un recente sondaggio, condotto dall’Associazione Palestinese per i Diritti Umani sui 350 mila profughi palestinesi in Libano, ha rivelato che tre quarti degli intervistati sono contrari allo svolgimento di una consultazione elettorale mentre continua l’Occupazione Israeliana. Lo stesso sondaggio indicava che il 96 per cento dei rifugiati rifiuta di rinunciare al diritto al ritorno e il 91 per cento ritiene che Abu Mazen sia inadatto a continuare la lotta per l’indipendenza palestinese.
Abu Mazen deve aver compreso il peso elettorale che la grande comunità dei rifugiati potrebbe avere, infatti durante un comizio a Gaza città si è fatto carico anche delle loro aspettative dichiarando che “Noi non ci scorderemo mai dei diritti dei rifugiati e nemmeno delle loro sofferenze. Alla fine avranno quello cui hanno diritto e verrà il giorno in cui i rifugiati potranno ritornare a casa.”
Il tema del diritto al ritorno è stato uno dei cavalli di battaglia del defunto presidente Arafat. Pur sapendo che Israele non consentirà il rientro dei profughi e dei loro discendenti, Abu Mazen ha voluto raccogliere il testimone del Raìs -che sosteneva di essere nato in un campo profughi di Gaza -, ricordando alla sua gente che anche lui è un rifugiato. (da PeaceReporter)

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