Google è in vetta

Articolo letto 609 volte

Google's HomepageEbbene sì. Google è in vetta. E la scalata è stata fulminea. In sette anni, la società californiana è passata dall’essere solo un’idea nella mente di Larry Page (pagina a Stanford e pagina wiki) e da Sergey Brin (pagina a Stanford e pagina wiki) al colosso dei media. E’ la prima società al mondo per capitallizzazione con 80 miliardi di dollari. Inoltre, da quando, un’anno fa, è stata quotata in borsa, è passata da 85 dollari per azione ai 279,5 di ieri, dopo aver sfiorato i 300. Ovviamente tutto questo successo attira anche qualche invidia e qualche contestazione.
Ma leggiamo tutta la situazione nell’articolo de IlSole24Ore.

Quando si dice il sogno americano. Appena sette anni fa, Google era una specie di associazione filantropica, che aiutava gli utenti di un giovane Web a trovare il loro bravo ago in un pagliaio grande come il mondo. Poco più tardi era già una celebrità internazionale che, oltre a regalare informazioni in lungo e in largo, riusciva a ritagliare per sé qualche timido profitto. L’anno scorso — con il pagliaio già ingrossato oltre ogni misura — ha gettato la maschera e s’è trasformata all’improvviso in una macchina da soldi, scegliendo perfino la strada della Borsa. E nelle ultime due sedute al Nasdaq (sebbene solo per qualche ora, visto che ieri il titolo ha chiuso in ribasso di oltre il 4%), l’ex circolo di beneficienza s’è messo il cappello di prima società al mondo nel settore dei media per capitalizzazione: 80 miliardi di dollari. Se non è questo il senso del celebre e celebrato american dream, cos’altro può esserlo?
Però non parlatene a Time Warner. Il gigante mediatico per eccellenza s’è trovato prima nella spiacevole situazione di valere a Wall Street — correva l’anno 2000 — 85 miliardi di dollari contro i 100 e passa di Aol, società di servizi Internet. La fusione fra le due era destinata a congiungere idealmente i media tradizioni con quelli del nuovo mondo. Salvo poi fallire miseramente: oggi Aol Time Warner si chiama di nuovo Time Warner, come ai vecchi tempi. E Google l’ha superata in classifica.
Qualche numero può essere utile. Le due società hanno al momento una capitalizzazione analoga. Però la giovane società californiana ha fatturato l’anno scorso 3,8 miliardi, contro i 42,4 del colosso newyorchese. La prima ha 3mila dipendenti e la seconda 85mila. Ovviamente, l’arcano sta nelle diverse valutazioni degli investitori che, nonostante i tassi di redditività di Google siano migliori di quelli di Time, valuta la prima 55 volte gli utili attesi e 23 volte la seconda. Inutile dire che Google vale anche assai di più di Walt Disney, Viacom o News Corp.
Google aveva debuttato in Borsa a 85 dollari per azione. Ieri ha chiuso a 279,5, dopo aver sfiorato i 300. Ovviamente, non scarseggiano gli analisti che sostengono che il titolo potrebbe tranquillamente arrivare a quota 350 dollari. Ma potrebbe anche essere vero il contrario: ora che l’amata-odiata bolla speculativa di Internet si è sgonfiata, non sarà che c’è una “bollicina” chiamata Google? La sentenza, come sempre, va riservata ai posteri.
Il modello di business della società fondata da Larry Page (figlio di due professori americani) e da Sergey Brin (figlio di due emigrati russi) è eccellente e ormai copiato in lungo e in largo. Però il parvenu più famoso del mondo si trova oggi a competere con troppi rivali. C’è ad esempio Microsoft, che non rinuncia facilmente al ruolo di leader. C’è Yahoo!, che ha origini simili, un business più articolato ma una capitalizzazione assai inferiore (51 miliardi). Ma le fila degli avversari si stanno ingrossando.
Con l’idea di Google Print (la digitalizzazione dei libri delle biblioteche americane), l’azienda di Brin e Page ha annunciato di voler fare una sorta di tributo alla Cultura. Peccato che i francesi l’abbiano presa come un attentato alla loro cultura, presto imitati da altri Paesi non di lingua inglese: a poco vale la notizia di ieri, che Google fornirà servizi anche in Romansch, una lingua latina parlata in Svizzera da 35mila persone. Peccato che parecchie case editrici americane non abbiano gradito la prospettiva di vedersi pubblicare libri con diritto d’autore non ancora scaduto. Peccato che giornali come il New York Post o gruppi editoriali come McClatchy si stiano organizzando per raccogliere la pubblicità online senza AdSense, il servizio finora venduto in lungo e in largo dalla solita Google, all’improvviso vista come un’inedita concorrente. E peccato infine che qualche gruppo editoriale — il primo è stato la Agence France-Presse — abbia cominciato a contestare il servizio Google News, ritenuto reo di una sorta di aggiramento del copyright [la legge italiana permette anche la trascrizione completa di un articolo, modificando i caratteri, inserendo commenti e citandone la fonte; se così non fosse neppure questo sito esisterebbe :D ].
Dentro al Googleplex — come i dipendenti chiamano l’eccentrica sede di Google a Mountain View, nel cuore della Silicon Valley [matematicamente un googolplex è 10^googol, mentre googol è 10^100, da cui il nome Google] — le idee spuntano oggettivamente come funghi. E sono state le idee a fare di un semplice algoritmo, scritto da Page e Brin quando erano ancora all’Università di Stanford, in una gigantesca macchina da soldi. Ma il dubbio che al Nasdaq ci sia una “bollicina” è legittimo. Almeno quanto il target price di 350 dollari sparato — più o meno a caso — da qualche analista. Però i sogni americani una cosa bella ce l’hanno: fanno sognare anche chi sta da questa parte dell’Atlantico. (da IlSole24Ore)

Articoli Correlati

  1. Scoprire le evasioni fiscali grazie a Google Earth
  2. Foto del Papa, archiviazione per Indymedia
  3. L’Amore non ha Sesso, parte seconda: Gigi d’Alessio, Anna Tatangelo ed Elio
  4. Il web e libertà di parola: i grandi cominciano a muoversi
  5. Il video della BBC non è più disponibile

Nessun Commento finora
Lascia un Commento



Lascia un commento
A capo e separazione tra i paragrafi automatici, l’indirizzo e-mail non è mai mostrato, HTML permesso: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <code> <em> <i> <strike> <strong>

(obbligatorio)

(obbligatorio)