La spada di Damocle

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Un interessante articolo tratto dal blog TVdigIT sulla televisione digitale, mostra come il conflitto di interessi non esiste e non esiste specialmente nel campo delle telecomunicazioni.

C’è una tegola che rischia di precipitare sulla testa di Mediaset e sui suoi canali Premium. A smuovere le acque è l’Autorità Garante sulle Comunicazioni, ed in particolare il suo presidente, Corrado Calabrò. Il quale, nel corso di un intervento davanti alla Commissione Trasporti della Camera, ha annunciato di voler mettere mano ad un codicillo del regolamento sul digitale terrestre, ereditato dalla precedente gestione di Enzo Cheli. Il comma di cui si parla è quello che sostiene che un canale tv, per poter essere considerato tale, deve trasmettere almeno 24 ore alla settimana. Chi non raggiunge tale copertura, viene escluso dal computo dei canali necessario per determinare l’eventuale sforamento dei tetti antitrust. Un esempio a caso? I cinque canali Mediaset Premium, la cui programmazione è organizzata in modo tale da non sforare le 24 ore settimanali. Grazie a questo trucchetto, Mediaset può moltiplicare esponenzialmente la propria offerta televisvia sul digitale terrestre, andando ad occupare spazi utilizzabili da altri operatori.

A sollevare la questione era stato, all’inizio dell’estate scorsa, Francesco Di Stefano, il proprietario di Europa7. Nell’esposto presentato all’AGCOM, Di Stefano sosteneva che Mediaset, con i suoi canali Premium, aveva superato il limite del 20% dei canali complessivi stabilito dalla normativa antitrust. E la matematica gli dava perfettamente ragione: il biscione, all’epoca del ricorso, aveva complessivamente otto canali (le tre reti Mediaset, Boing, e i quattro Premium) sui 33 canali nazionali ricevibili sul terrestre. Il 20% di 33 è 6,6: ergo, Mediaset era ben fuori dai limiti.
Secondo Calabrò, il consiglio dell’Autorità aveva bocciato il ricorso sulla base della normativa voluta anni prima da Cheli. Un atto dovuto, in sostanza, anche in vista dell’approvazione del Testo Unico sulla Radiotelevisivone, che il governo Berlusconi avrebbe approvato di lì a poco, stabilendo che la Pay Per View va considerata “servizio della società dell’informazione”, al pari dei canali interattivi, e quindi non computabile ai fini della normativa antitrust: un triplo salto carpiato con avvitamento finale in palese contrasto con quanto la Corte di Giustizia Europea aveva sostenuto in una sentenza di qualche mese prima, equiparando (giustamente) la pay per view a qualsiasi altro canale televisivo.
Ora, per evitare una sonora sveglia da parte dell’Europa, ed una conseguente figura da cioccolatai, l’AGCOM sembra orientata a rimettere mano alla normativa. L’Autorità ha la possibilità di disapplicare il Testo Unico, ristabilendo un sacrosanto principio: quello che un canale televisivo, indipendentemente dalla tipologia di servizio offerto, vada effettivamente contato come tale. Per Mediaset, questo potrebbe tradursi in un colpo di mannaia: addio a due dei canali dedicati al calcio a pagamento. A meno che, nel frattempo, il numero di canali nazionali non cresca tanto da diluire l’ingombrante presenza dei “servizi” Mediaset Premium lasciando il biscione sotto la fatidica soglia del 20%. Se la matematica non è un opinione, per consentire a Mediaset di mantenere un totale di otto canali, in onda in tutto il Paese dovrebbero essercene almeno 40, con una copertura superiore al 50% della popolazione. Adesso capite perchè il pedale dell’acceleratore, sullo switch-off dell’analogico, è premuto a manetta? (fonte: TVdigit)

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