Indulto: Giustizia o Vendetta?
Articolo letto 724 volteApprovato l’indulto, il provvedimento che riduce di 3 anni le pene per molti carcerati, fioccano le interviste e le lettere dei parenti delle vittime di questo o quell’assassino. “Indulto, il primo beneficiario è un omicida” titola La Repubblica, oppure “Indulto, la disperazione di una madre: Mio figlio uscirà e tornerà a torturami” sempre su La Repubblica. Sono quasi 13mila i detenuti che godranno dell’indulto, anche se rotocalchi come Studio Aperto su Italia 1 sparano “più di 20mila scarcerati”, tralasciando anche il particolare che non si tratta solo di assassini, ma anche di corrotti, corruttori, truffatori e tanti altri. Ma che Studio Aperto si dimentichi di denunciare la scarcerazione di Cesare Previti non è un fatto che ci sorprende. Ci soprende invece che il “primo beneficiario”, in galera dal 1987, debba sentirsi in colpa per aver usufruito di uno sconti di 3 anni dopo averne passati 19 in carcere. Ci sorprende che nell’opinione pubblica “godere dell’indulto” sia perfettamente identico a “uscire di carcere”, come Erika De Nardo (condannata a 16 anni) che uscirà 2013 anziché nel 2016, Ruggero Jucker (condannato a 16 anni) nel 2015 anziché nel 2018, Pietro Maso (condannato a 30 anni) nel 2015 anziché nel 2018 (fonte).
Ma perché tanto allarmismo? Perché tanta disperazione? L’autrice della lettera a Mastella minaccia di suicidarsi se il figlio uscirà di carcere dichiarando di non voler “vedere i suoi occhi mentre mi uccide”, e chiama l’indulto “atto di buonismo verso i rei”. La risposta è semplice purtroppo. La carcerazione, dal punto di vista dei cari della vittima, è solo una vendetta. Non c’è nessun senso di giustizia, non c’è senso sociale nelle parole che ogni giorno sentiamo e leggiamo nelle interviste ai genitori, amici e parenti di una vittima.
Se qualcuno si ricodasse ogni tanto di rileggersi l’articolo 27 della nostra Costituzione si accorgerebbe che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Per cui che senso ha tenere un condannato in una prigione sovraffollata, fargli meditare il suicidio (nelle carcere la percentuale rispetto a fuori è 17 volte superiore, e il 93% di questi casi di suicidio si verifica in carceri sovraffollate, fonte), fargli rischiare di essere suicidati da qualche altro carcerato, di subire violenze, anche sessuali? Non si dovrebbe, piuttosto, tendere a rieducare il condannato e permettergli un rientro sereno nella società?
A cambiare, oltre alla mentalità di chi chiede Giustizia/Vendetta, è anche il sistema carcerario che, alleggerito ora da buona parte del sovraffollamento (non del tutto risolto, tra l’altro), deve impegnarsi a creare delle stratture adeguate ad un reale recupero sociale dei condannati. Tutto ciò affinché si abbia la ragionevole certezza che dopo, qualche anno, il carcerato diventi un cittadino e non un ex-carcerato.
Ma tutto ciò, diciamolo con franchezza, ai parenti delle vittime interessa poco. Non sono preoccupati di sapere se gli assassini hanno capito lo sbaglio, si sono pentiti, hanno intrapreso un percorso di rieducazione e lo hanno portato a termine con successo ed ora, dopo 19 anni, 3 anni in più o in meno non fanno poi molta differenza. No, sono preoccupati di non poter tenere in carcere questi assassini il più possibile, cullando per il più lungo periodo di tempo possibile quel sentimento di Vendetta che credono lenisca il dolore per la perdita. Fino a dover sentir dichiarare da un’altro parente della vittima “Mia figlia oggi è morta per la seconda volta”, come da manuale.
Che l’ipotesi Vendetta anziché Giustizia sia valida lo comprova, seppur indirettamente, la paura e la vergogna, la voglia di non pensarci più, che moltissime donne hanno dopo aver subito una violenza sessuale (solo il 7,4% delle donne denuncia uno stupro). Se nella popolazione fosse più diffuso il senso di Giustizia, queste donne disperate troverebbero la forza di denunciare i loro violentatori perché si renderebbero conto del grande valore sociale che può avere tale denuncia. Infatti quello che le donne sanno benissimo è che un violentatore non denunciato violenterà ancora. Ma con questo scarso senso di giustizia sociale è difficile che una donna pensi a non permettere che chi le ha fatto del male faccia del male ad altre donne, è più importante chiudersi nel proprio dolore, nella propria vergogna. Non dico che sia facile, anzi, ma il 7,4% è una percentuale fin troppo significativa.
Occorre ricodare, dopo questa parentesi, che gli autori di violenze sessuali non sono compresi nell’atto di clemenza dell’indulto, ma sono invece compresi i reati contro la pubblica amministrazione, finanziari e societari. Comprendere anche questi reati non è giustificabile dal sovraffollamento, poiché non sono certo moltissimi i beneficiari (non sono stato in grado di trovare una cifra attendibile) ed è molto meno indolore dal momento che le pene per questi reati sono già molto lievi e con 3 anni di condono in molti casi si azzerano del tutto. Ma ad ogni modo scarcerare Previti, Fiorani, Ricucci e altri che hanno commesso reati anche contro la pubblica amministrazione (corruzione, concussione, peculato, abuso, etc.), reati finanziari (falso in bilancio, frode fiscale, appropriamento indebito, aggiotaggio, etc.) e societari (fallimento etc.) sembra un favore che la Sinistra ha fatto, o dovuto fare, alla Destra. Chissà in cambio di cosa. Non certo di più Giustizia.
