Chi lavora non fa l’amore
Articolo letto 1479 volte«Il lavoro è una droga che sembra una medicina», affermava Tennessee Williams nel secolo scorso. I lavoratori italiani non si sono ancora disintossicati. Tutt’altro, secondo il sociologo Domenico De Masi, che sintetizza così la sua missione: «Noi vorremmo diffondere nelle aziende l’idea che si vive una volta sola».
Lo dice scherzando, ma il problema è serio. I dipendenti italiani non riescono a sottrarsi al vizio di rimanere in ufficio fino a tardi, anche se lo fanno gratis, perché per il loro inquadramento non gli spetta compenso straordinario. Secondo De Masi, proprio mentre la società del tempo libero sta per prender piede, grazie alla drastica diminuzione dei carichi di lavoro, l’Italia è il paese dell’overtiming, che indica il cosiddetto straordinario e, per estensione, il prolungamento ingiustificato della presenza in ufficio. Non pochi vogliono semplicemente nascondere dietro l’overtiming l’inconsistenza dei propri compiti, per apparire e sentirsi più importanti. Spesso si protrae la permanenza in ufficio per amore di quel poco o quel tanto di potere che si ha, o che si riesce a millantare. Altri invece vogliono mostrare piena disponibilità alla propria azienda nella speranza di una promozione o, quantomeno, di non rientrare in eventuali tagli del personale. Al ritorno dalle ferie siete terrorizzati dall’incubo di esser condannati alla solita routine anche per tutto il nuovo anno lavorativo: casa, capoufficio, ritorno serale, distrutti su un divano, o peggio temporaneamente lobotomizzati dalla tv? Ora c’è il modo di darci un taglio, a patto che si voglia davvero cambiare abitudini. Stiamo andando verso la società del tempo libero sia pure ancora attaccati alla poltrona dell’ufficio. Così la pensa Domenico De Masi, professore di sociologia del lavoro all’Università di Roma La Sapienza, impegnato da anni in attività di formazione e in ricerche socio-organizzative nelle maggiori imprese italiane.
Per avere un segno di come l’età moderna ha pensato il lavoro possiamo partire dall’Illuminismo e, quindi, dall’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert. Questo “sacro testo” del Settecento definisce il lavoro come l’«occupazione quotidiana alla quale l’uomo è condannato dal suo bisogno e alla quale egli deve nello stesso tempo la sua salute, la sua sussistenza, la sua serenità, il suo buon senso e forse la sua virtù». In tempi meno remoti, nel 1930, John M. Keynes sceglieva la liberazione dal lavoro come tema per una conferenza tenuta a Madrid e, sempre nel Novecento, ne L’arte di amare, Erich Fromm affermava che «l’uomo moderno pensa di perdere qualcosa - del tempo - quando non fa le cose in fretta; però non sa che fare del tempo che guadagna, tranne ammazzarlo». Senza dimenticare il detto popolare spagnolo: «Hombre que trabaja pierde tiempo precioso».
Nella riflessione di De Masi il ruolo centrale occupato dal lavoro deve invece esser preso dall’ozio creativo. Un modello di vita alternativo, a suo dire, sarebbe ormai ineludibile. In questo mondo prossimo venturo le giornate non saranno più scandite dagli impegni aziendali, ma da una personalissima agenda di desideri. Che lo si voglia o meno, infatti, il tempo richiesto dal lavoro sarà sempre meno, poche ore a settimana. Secondo il sociologo nella vita di ciascuno ci sono in media circa 150mila ore di tempo libero - il doppio rispetto a 100 anni fa - che aumenteranno sempre di più.
Sulla base di questi dati De Masi individua nell’impiego di questo enorme spazio uno dei temi cardine della società post industriale, che ha un altro importante connotato nell’aumento della componente creativa nel lavoro. Ozio e creatività, dunque, possono caratterizzare la vita di ciascuno, e lo stesso ozio per essere tale deve essere creativo. Per De Masi l’ozio consiste, in definitiva, nel fare qualcosa di diverso da quello che si fa per avere del denaro, nel soddisfare i bisogni di introspezione, amicizia, convivialità, amore, bisogni che peraltro si possono soddisfare con pochi soldi, al contrario dei bisogni di possesso e di potere. Viene da domandarsi perché chi riesce a ottenere l’agognato posto fisso, malgrado questo, una volta varcata la soglia dell’azienda, molto spesso non è motivato. De Masi non ha dubbi al riguardo: oggi le aziende sono guidate con i controlli e la paura, non con la motivazione.
«A differenza della disoccupazione - spiega De Masi -, necessariamente vissuta con il dolore della miseria e dell’emarginazione, la liberazione dal lavoro ammette forme di vita ben più libere e felici: non solo una maggiore agiatezza diffusa, ma anche una maggiore autodeterminazione, un’attività intellettuale più ricca di contenuti, maggiore importanza data all’estetica e alla qualità della vita». L’avvento della società del tempo libero può sembrare una lieta novella, invece si tratta di una novità che mette molti a disagio.
In effetti gli italiani sono da anni ai primi posti della classifica mondiale dell’overtiming.
Il sociologo quantifica in circa 5 milioni e mezzo i lavoratori che abitualmente escono tardi dall’azienda e, tra questi, ben 4 milioni di dirigenti e quadri rimangono in ufficio dopo il calar del sole, con un orario effettivo di almeno dieci ore, senza percepire straordinario ma con motivazioni, forse, ancor più solide. Molti dipendenti non sanno abbandonare la rassicurante routine, la piccola nicchia di potere e le trasgressioni al ménage familiare che possono trovare in ufficio, in compagnia di colleghi che finiscono per diventare amici, complici e amanti. Frequentemente si fa tardi proprio per amore, o per qualcosa di simile. Infatti, l’aspirazione ad un’avventura extraconiugale tra le mura dell’azienda è più di un sogno per quel 16 per cento di italiani (il 6 per cento in più della media europea) che fa sesso in ufficio (secondo un’indagine del 2002 della società Monster).
A prescindere dai risvolti boccacceschi, quel che è certo è che nel nostro paese è sempre troppo presto per lasciare l’azienda e tornare a casa.
E la presenza eccessiva sul posto di lavoro fa male anche alla salute, quantomeno esistenziale. In questo caso non si tratta della sindrome che spesso colpisce le persone al centro di una situazione altamente stimolante e che si manifesta con stress, nausea, incapacità di rilassarsi, insonnia, angoscia a ridosso del fine settimana e delle vacanze, capogiri. L’overtiming danneggia, invece, prima di tutto l’animo del lavoratore, distogliendolo dalle attività con cui potrebbe nobilitarsi nella propria vita privata.
D’altro lato questo variopinto esercito di lavoratori apparentemente al servizio dell’imprenditore, in realtà lo danneggia, perché consolida la perversa tendenza a premiare non la produttività ma la permanenza sul posto di lavoro e la sudditanza al superiore gerarchico. Mentre trionfa l’overtiming, il mondo va però - sempre secondo De Masi - in un’altra direzione. Sempre più la società è marcata, infatti, dalla diminuzione dei carichi di lavoro e dal passaggio dall’attività fisica a quella intellettuale, dall’attività intellettuale di tipo ripetitivo a quella creativa, dal lavoro inteso come fatica nettamente separata dal tempo libero all’ozio creativo, in cui studio, lavoro e gioco finiscono per coincidere sempre di più.
(fonte)

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