Insegnante vittima dell’adware rischia il carcere

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Da PI:

Julie Amero, supplente presso una scuola media del Connecticut, e i suoi studenti devono essere rimasti paralizzati di fronte al prorompere di una cascata di popup dal contenuto esplicito. A oltre due anni da quella apparizione inattesa su un PC di classe, l’insegnante rischia 40 anni di carcere: è accusata di aver volontariamente sottoposto dei minori a contenuti poco adatti alla loro età.

“I popup non se ne andavano, continuavano a comparire”, ha dichiarato una smarrita Julie Amero in tribunale nei giorni scorsi, riporta un quotidiano locale. La difesa ha chiamato a testimoniare un esperto, che ha analizzato il computer e ha constatato che la macchina era infestata da spyware. Un sito di acconciature alla moda avrebbe subdolamente sfruttato le vulnerabilità del browser installato sul computer della scuola, per adescare l’utente con un’imbarazzante mole di pubblicità a luci rosse. Inoltre la licenza del software che proteggeva il computer era scaduta, fatto che scaricherebbe un’eventuale responsabilità sull’amministratore di sistema della rete scolastica.

Ma per l’accusa ha risposto un investigatore esperto in reati informatici, della polizia di Norwich. L’aspetto dei link suggerisce che l’insegnante abbia effettuato l’accesso alle pagine incriminate, ha sentenziato l’esperto. L’avvocato ha tratto le sue conclusioni: “Si deve fisicamente cliccare su quei collegamenti per accedere ai siti incriminati”. Un’inferenza affrettata, e formulata senza troppa cognizione di causa, sottolinea e dimostra un blogger, a difesa dell’educatrice.

Il processo si è svolto fra gli sbadigli del magistrato: probabilmente tediata da argomenti estranei al suo bagaglio di conoscenze, la giudice era ansiosa di chiudere il caso, senza troppo sottilizzare. A marzo si conoscerà il verdetto del tribunale.

Il caso, che, paradossalmente, non prospetta una pena per i diffusori, ma per una sprovveduta vittima dell’adware, ha suscitato reazioni discordanti. C’è chi, come Preston Gralla, di Computerworld Online, punta il dito contro l’insegnante, contestando la validità della scusa “è colpa dello spyware” e concludendo che finalmente giustizia sarà fatta. C’è chi non si pronuncia riguardo alla responsabilità dell’insegnante, e afferma che la pena comminabile sia sproporzionata, facendo leva sul fatto che i minori sono quotidianamente esposti a spezzoni di pornografia, una tentazione per soddisfare la quale è spesso sufficiente dichiararsi maggiorenni.

C’è chi invece costruisce su fondamenta specifiche la difesa nei confronti dell’educatrice. Alex Eckelberry, presidente di Sunbelt Software, azienda che opera nel campo della sicurezza, ritiene che l’accusa non abbia idea del funzionamento delle perverse dinamiche dello spyware, e consiglia di consultare l’analisi svolta da un ricercatore di Harvard. Eckelberry è addirittura disposto ad offrire gratuitamente una perizia dei suoi tecnici, convinto della buona fede di Julie Amero e dell’ineluttabilità della situazione, date le condizioni in cui versava il sistema che avrebbe dovuto proteggere le macchine dell’istituto.

Anche Boing Boing si schiera, in un post indignato, a difesa di Julie Amero. Citando un’analisi riguardo alla vulnerabilità di Internet Explorer, che soltanto nel 2006 sarebbe stato esposto ad attacchi per ben 284 giorni, afferma l’alta probabilità che la donna stesse usando un’edizione non sicura del browser Microsoft. Boing Boing pone inoltre all’attenzione dei lettori una questione seria: se Julie Amero dovesse venire condannata, è possibile che un’epidemia tecnofobica cominci a diffondersi fra gli insegnanti, decimando le già sparute ore di informatica.

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2 Commenti finora
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Avevo letto di questa notizia e fa pensare: forse l’unica soluzione potrebbe essere quella di diffondere software open source anche nelle scuole… e quindi obbligare l’uso di Firefox per la navigazione su internet.

Sarebbe più urgente un corso di aggiornamento per i magistrati. Inoltre la frase di Preston Gralla (di Computerworld Online) che dice che contesta la validità della scusa “è colpa dello spyware” fa pensare che anche certi addetti ai lavori sono ignoranti, oppure in malafede.



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