Calunniate, calunniate, qualcosa resterà…
Articolo letto 1023 volteUn articolo di Gianni Guelfi, da leggere e far leggere a tanta gente (gente comune, imprenditori, casalinghe, farmacisti…):
Scambiando la libertà di stampa per libertà di diffamare, al Giornale sembrano aver fatto proprio questo motto di Stalin (o Talleyrand?). E da molti anni ormai. Come tutti sanno l’ iniziatore di questa gaglioffesca costumanza dell’ house organ della famiglia Berlusconi fu Vittorio Feltri, il calunniatore principe i cui falsi scoop costarono all’ editore un bel po’ di quattrini in risarcimenti alle parti offese. A cominciare da Di Pietro, risarcito con centinaia di milioni per le calunnie rivoltegli dal Giornale quando era ancora magistrato, e Gerardo Chiaramonte, esponente del Pci accusato da Feltri all’epoca della Mitrokhin di essere una spia al soldo dei russi. Naturalmente non c’ era niente di vero. E come dimenticare il celebre “scoop” del 1995, quando, volendo fare un favore al candidato del cdx alle regionali lombarde Formigoni, il Giornale accusò il suo avversario Martinazzoli di avere piazzato i figli in appartamenti a fitti di favore? Peccato solo che Martinazzoli non avesse figli.
Degno erede di Feltri, il ridanciano Belpietro ha già dalla sua un invidiabile palmarès di condanne, tra gli altri per aver diffamato Davigo e la Boccassini.
Dopo le ignobili montature contro Prodi per le vendite Sme e Alfa Romeo, dopo il linciaggio mediatico contro i leader dell’Ulivo ai tempi della Telekom Serbia e della Mitrokhin, commissioni d’ inchiesta naufragate nel ridicolo, dopo il presunto scandalo della telefonata tra Fassino e Consorte, conclusosi con la sceneggiata di Berlusconi andato in Procura a fare una dichiarazione che non conteneva alcunché di “penalmente rilevante”, parole sue, oggi il Giornale ci riprova con Visco. Ma anche questa volta finirà come le precedenti, con il ridanciano direttore costretto a pubblicare una smentita, seppur in un trafiletto nelle pagine interne.
Resta da chiedersi quanto di queste vere e proprie menzogne, queste falsità costruite ad arte, rimanga nella mente dei lettori di Feltri e Belpietro. Molto, troppo, se è vero com’è vero che a destra ancora son convinti che Prodi tentò di “svendere” la SME e preferì “regalare” l’ Alfa Romeo alla Fiat piuttosto che alla Ford (mentre è vero il contrario, fu Craxi ad imporgli di vendere agli Agnelli, Prodi avrebbe preferito la Ford), ancora son convinti che per l’ acquisto della Telekom Serbia i leader dell’ Ulivo intascarono una tangente e che i nominativi inclusi nella lista Mitrokhin fossero tutte spie al soldo dei russi.
Prova provata di quanto azzeccato sia quel motto di Stalin (o Voltaire?)

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