Due notizie interessanti sul fronte delle cause intentate dalle major

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Due notizie interessanti sul fronte delle cause intentate dalle major nei confronti di utenti accusati di condividere illegalmente file musicali.

Nel caso Peppermint, Adiconsum si costituisce in giudizio e dichiara che, siccome l’IP address è il codice che identifica univocamente l’utente che accede alla rete internet, raccogliere indirizzi IP in rete per combattere la condivisione illegale di file protetti dal diritto d’autore è una chiara violazione della legge sulla privacy che come è noto è un diritto costituzionalmente garantito. Continua Adiconsum spiegando che “Il Diritto d’autore non è un diritto assoluto, ma frutto della mediazione tra il diritto della libera circolazione della cultura e la giusta remunerazione della creazione dell’ingegno. Per contro, il diritto alla riservatezza è un diritto primario costituzionalmente garantito (…) A maggior ragione non può essere concesso ad un soggetto privato svolgere indagini al fine di far valere un PRESUNTO e GENERICO valore patrimoniale”.

La seconda notizia riguarda uno studente dell’Università di Boston, ateneo preso di mira dall’industria musicale nei mesi passati, che sta provando a bloccare l’azione di RIAA sostenendo la teoria secondo la quale conservare copie di file protetti da copyright su un PC costituisca una distribuzione illecita dei contenuti, “non trova fondamento nella legge”. Le uniche copie di file protetti di cui RIAA è venuta in possesso sono quelle ottenute da investigatori stipendiati dalla stessa organizzazione, che avevano i permessi necessari per poter scaricare i file. Questo ovviamente non dimostra affatto che vi sia una distribuzione in corso.

Inoltre lo studente sostiene che nessuno ha alcun obbligo di proteggere i propri file musicali da eventuali copie non autorizzate in rete. Non vi è illecito insomma, nella misura in cui la distribuzione che è effettivamente avvenuta (ossia il “prelievo” da parte di emissari RIAA autorizzati) è pienamente legale: per sostenere il contrario, RIAA dovrebbe far fede su testimonianze di terzi scaricatori, cosa che in effetti non è avvenuta.

Una posizione originale, di cui sarà interessante seguire le sorti per le possibili conseguenze, potenzialmente notevoli, che potrebbe avere sui tanti processi intentati dall’industria contro gli utenti del P2P.

[Fonte: Punto Informatico, qui e qui]

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Direi che l’IP address è il codice che identifica univocamente l’utente che accede alla rete internet SOLO se abbinato alla data e ora a cui si è collegato ad un dato servizio. Il solo IP non è indice di univocità dato che, di solito, gli ip address delle connessioni internet sono dinamici.



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