Una delle principali obiezioni all’evoluzionismo spazzata via da un parassita

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Una delle obiezioni poste all’evoluzionismo è la presunta lentezza con cui le mutazioni genetiche vengono selezionate dalla pressione ambientale fino a determinare la nascita di un nuovo gene utile, e di nuove utili funzionalità negli organismi. Non solo: l’obiezione in questione comprende anche l’apparente impossibilità che si possa formare dal nulla un gene funzionale senza che prima codici genetici senza senso possano danneggiare l’organismo.

Tali obiezioni sono state spesso sollevate dai sostenitori del disegno intelligente, una versione modificata del creazionismo, in cui un’intelligenza non meglio specificata avrebbe disegnato l’evoluzione, troppo complessa da essere un processo spontaneo. Che poi i sostenitori del disegno intelligente siano tutti cristiani è ovviamente un caso, e l’intelligenza a cui fa riferimento non è necessariamente il dio cristiano, anche se è probabile che lo sia.

A queste ed altre obiezioni risponde Telmo Pievani senza problemi e con estrema precisione nel suo libro “Creazione senza Dio” (ed. Einaudi) Ma a questa obiezione in particolare si aggiunge un’ulteriore tassello che demolisce completamente la sua legittimità. E’ stato infatti scoperto un parassita batterico che ha “donato” l’interno proprio codice genetico al proprio ospite (un moscherino della frutta), probabilmente regalando a quest’ultimo nuove funzionalità prima assenti.

Era già risaputo che i batteri potessero scambiarsi frammenti di codice genetico, ma uno scambio di un intero codice genetico fra un batterio e un moscherino (molto più in alto nella scala evolutiva) è l’ultima conferma che l’evoluzione può compiere balzi improvvisi che incrementano quindi la velocità di evoluzione ma soprattutto gli organismi possono acquisire nuove funzionalità senza attraversare periodi con frammenti inutili o dannosi di codice genetico.

Riporto l’articolo de La Stampa che spiega questa scoperta molto importante:

Scienziati della Rochester University e del J. Craig Venter Institute (Usa) hanno scoperto una copia dell’intero genoma di un parassita batterico, il wolbachia, all’interno del genoma della specie ospitante il microrganismo, un moscerino della frutta (Drosophila ananassae). Uno dentro l’altro come matrioske. I risultati dei loro studi, riportati su “Science”, suggeriscono che il trasferimento dei geni fra specie diverse, ad esempio fra batteri e organismi multicellulari, può accadere molto più frequentemente di quanto si pensasse in passato e gettano nuova luce sulla storia dell’evoluzione: la più importante implicazione è che questo “passaggio” di geni permette alle varie specie di acquisire nuove funzioni in maniera estremamente veloce.

Il team di esperti ha sottoposto a screening sistematici un campione di moscerini, rilevando che quasi tutti i geni del wolbachia si erano fusi con quelli degli insetti. A questo punto, per isolare il genoma dei moscerini da quello dei parassiti, gli studiosi hanno sottoposto i primi a una cura antibiotica con l’obiettivo di uccidere i wolbachia.

Per confermare l’efficacia della terapia, è stato effettuato un test su campioni di Dna degli insetti: con loro grande sorpresa, gli scienziati hanno rilevato ancora la presenza di diversi geni appartenenti ai parassiti. «Questa ricerca - evidenzia Jack Werren, che ha guidato gli esperimenti - mostra un fenomeno che fino a poco tempo fa i genetisti negavano. Ora, però, non potranno fare a meno di prendere atto di questa scoperta».

«È un eccezionale nuovo caso di “parassitismo” che potremmo definire parassitismo genomico - commenta la notizia il genetista Giuseppe Novelli dell’Università Tor Vergata di Roma - uno spettacolare esempio di ingegneria genetica fatta dalla natura e senza l’intervento umano, che potrebbe oltretutto suggerisci nuove tecniche di terapia genica».

La Wolbachia, spiega Novelli, è un parassita diffusissimo tra gli insetti ed è stato talmente abile nel creare il rapporto di simbiosi con le mosche da aver addirittura acquisito la capacità di regolarne i rapporti riproduttivi. Infatti la Wolbachia, che infetta anche gli organi riproduttivi degli insetti e riesce a passare da una generazione all’altra, ne ha straordinariamente sconvolto la vita riproduttiva.

«Anche nel nostro Dna - ricorda Novelli - ci sono molte tracce di Dna di antichi retrovirus che sono rimasti integrati nei nostri geni e hanno anche assunto funzioni regolatorie per noi vantaggiose, ma la vera novità qui è che un intero genoma si è integrato, ed è stato accettato dal Dna dell’insetto nonostante le sue dimensioni non indifferenti». «Quindi vuol dire - continua Novelli - che il Dna di Wolbachia non ha creato danni all’insetto, anzi potrebbe avergli trasmesso delle nuove vantaggiose funzioni». Ed è quello che l’equipe di Werren sta ora cercando di scoprire. Quel che è certo, rileva Novelli, è che questo trasferimento di geni tra specie potrebbe essere una forza evolutiva non indifferente, capace di accelerare l’evoluzione e l’emergenza di nuove specie.

[via uaar]

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