Bossi: “O andiamo al voto o c’è la rivoluzione. Troveremo le armi”

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Telegiornali e giornali online riportano tutti le parole di Umberto Bossi

“O andiamo al voto o c’è la rivoluzione. Troveremo le armi”

ma senza soffermarsi a dare un minimo giudizio. Senza chiedersi come mai Bossi possa ormai permettersi di dire qualsiasi cosa, o contro l’unità nazionale o a favore di azioni criminali e violente.

Mi chiedo: se non gli vogliamo dare peso, perché tutti i telegiornali e i giornali online ne riportano le parole? Se ormai Bossi fosse solo un vecchio rimbambito, un povero pazzo isolato e scellerato, perché mai allora ha una tale risonanza mediatica?

E se invece non è così, allora vuol dire che queste parole hanno un qualche peso reale, e che il rischio di un’azione violenta da parte dei leghisti esiste. E facciamo finta di niente? Nessun arresto?
L’istigazione a delinquere, anzi, la pianificazione o l’organizzazione di azioni violente e sovversive non rientra nell’immunità parlamentare.

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Yahweh ed Elohim: quanti dei per una religione monoteista

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Segnalo l’interessante post di Riti e rituali - l’altra faccia della medaglia da titolo Yahweh non era un dio e invito a leggere anche i commenti dei suoi lettori, spesso commenti molto approfonditi.
In particolare, in riferimento all’origine politeistica dell’ebraismo, e quindi anche del cattolicesimo, un commentatore ha sottolineato come in ebraico il plurale si costruisca con -im se maschile ed -oth se femminile. A questa argomentazione ho risposto come segue:

Faccio notare, come spiega Odifreddi nel libro “Perché non possiamo essere cristiani”, che nell’antico testamento si parla di Yahweh e di Elohim (che di certo era un plurale, finendo in -im), come due due divinità separate. Odifreddi sembra interpretare Elohim come il più crudele, il signore degli eserciti.
In ogni caso l’ipotesi “Yahwehim” è plausibilissima, perché il processo metaforico che portò i tanti Yahweh ad uno solo può essersi trasferito nella parola con la “caduta” della desinenza.
In ogni caso, il primo verso della genesi “Bershit barà Elohim” non lascia dubbi sul numero degli dei che avrebbero creato il mondo.

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Torturatori torturati: la colpa contiene la punizione

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In Usa iniziano le cause intentate dai soldati utilizzati come torturatori nei carceri in Iraq, Afghanistan eccetera… per ottenere indennizzi.
Questi reduci lamentano uno stato di panico continuo. Aver compiuto atti abominevoli ha scatenato in loro la fobia di essere a loro volta torturati.
Essendosi resi spaventosi, avendo praticato la mostruosità, hanno perso la fiducia nella propria bontà e vivono gli altri come riflesso di se’ stessi. Il corto circuito mentale che li tortura e’ semplice: “Se io sono capace di quello che ho compiuto allora anche gli altri esseri umani ne sono capaci, quindi vivo in mezzo ai mostri, quindi sono terrorizzato”.
Queste persone non riescono più ad andare in metropolitana o a camminare in un centro commerciale affollato.
In effetti non c’è niente di peggio che soffrire di UMANOFOBIA (paura dell’umano).
La colpa contiene la punizione.

dal blog di Jacopo Fo

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Il canale YouTube dell’esercito Usa

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La forza multinazionale presente in Iraq, comandata dall’esercito americano, ha aperto un canale su YouTube in modo da spostare l’opinione pubblica sulla guerra in Iraq da prettamente negativa a positiva e per contrastare i messaggi, sempre maggiori, che provengono da blog e siti antiamericani.

I video che sono attualmente pubblicati provengono dai soldati-cameramen ufficiali dell’esercito; tuttavia, anche soldati, marinai e piloti sono stati invitati a postare i propri filmati, magari ripresi con piccole videocamere o telefonini.

Certo, viene da pensare che il canale non sarà mai “libero” (come in realtà dovrebbe essere nelle intenzioni degli ideatori) perché ci sarà sempre un problema di “censura”: i militari, infatti, hanno l’obbligo di non pubblicare direttamente i propri contenuti audio e video su alcun sito.

(Via Downloadblog e Slashdot.org)

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Andrea Rivera fa satira e la Chiesa lo equipara ad un terrorista

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Durante il concerto del 1° Maggio, Andrea Rivera ha detto alcune cose riguardo la Chiesa:

«Il Papa ha detto che non crede nell’evoluzionismo. Sono d’accordo, infatti la Chiesa non si è mai evoluta». Oppure: «Non sopporto che il Vaticano abbia rifiutato i funerali di Welby. Invece non è stato così per Pinochet, a Franco e per uno della banda della Magliana. È giusto così, assieme a Gesù Cristo non c’erano due malati di Sla, ma c’erano due ladroni».

L’Osservatore Romano, quotidiano della Santa Sede, risponde:

“E’ terrorismo alimentare furori ciechi e irrazionali contro chi parla sempre in nome dell’amore, l’amore per la vita e l’amore per l’uomo. E’ vile e terroristico lanciare sassi questa volta addirittura contro il Papa, sentendosi coperti dalle grida di approvazione di una folla facilmente eccitabile”.

Io dico che questa frase fa semplicemente vomitare, ma la parola terrorista piace molto al Vaticano che tempo fa disse anche: “Terrorista chi propaganda l’aborto.” (fonte). Invece, riguardo la frase sull’Osservatore Romano, Luca Sofri commenta:

Mi è sembrata una grossa stupidaggine, soprattutto perché è una definizione che corrisponderebbe esattamente a quello che lo stesso Osservatore e i suoi ispiratori fanno dal pulpito da secoli: “sentendosi coperti dalle grida di approvazione di una folla facilmente eccitabile”, “alimentare furori ciechi e irrazionali contro chi parla sempre in nome dell’amore”. Da domani, bisognerebbe quindi chiamare terrorismo qualsiasi predica durante una messa che denunci e critichi il sesso prematrimoniale, o gli amori omosessuali. Eccetera.
Probabilmente la cosa più intollerabile per l’Osservatore è stato il consenso del pubblico. Se le battute di Rivera fossero state ignorate o fischiate, oggi non ci sarebbe tanto scandalo. Il che dimostra che il problema è il modo in cui ultimamente la Chiesa e le Chiese vengono vissute in questo e altri paesi.

Inoltre i Sindacati, organizzatori del Concertone, hanno dichiarato:

«in un Paese civile la libertà religiosa e della chiesa è altrettanto importante della libertà politica e sindacale».

come a stabilire un limite oltre il quale è vietato fare satira religiosa.

La Chiesa è sul l’orlo del tracollo, non c’è dubbio. E questo rende più aggressive le risposte alle critiche legittime.

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I robot distruggano altri robot

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Ma per uccidere un umano siano autorizzati da un umano. Fanno discutere le nuove… leggi della robotica presentate da un ingegnere della ricerca militare statunitense Da PuntoInformatico:
robot impiegati in battaglia devono poter scegliere e distruggere i propri obiettivi liberamente. Ma solo se si tratta di altri robot. Se gli obiettivi sono umani, invece, devono ricevere un input da remoto da parte di un “operatore” umano.

Si può sintetizzare così il senso di un documento, definito un concept, con cui John Canning, ingegnere della divisione di ricerca del Naval Surface Warfare Centre, sta facendo parlare di sé: queste “regole” di combattimento, a suo dire, devono servire da ispirazione per le future generazioni di robot guerrieri.
Continua a leggere ‘I robot distruggano altri robot’

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Emergency ritira temporaneamente lo staff internazionale dall’Afganistan

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Comunicato stampa di Emergency:

Nella giornata di oggi, mercoledì 11 aprile, il personale internazionale di Emergency ha lasciato Kabul diretto a Dubai.
Il significato e le ragioni di questa decisione sono contenuti nel testo che segue, che verrà diffuso anche in Afganistan, in inglese e nelle lingue locali.

Il personale internazionale di Emergency esce dall’Afganistan.

A seguito delle vergognose affermazioni del Sig. Amrullah Saleh, responsabile dei Servizi di Sicurezza afgani, che in una intervista a un quotidiano italiano ripresa dalla stampa internazionale ha definito Emergency una organizzazione che “fiancheggia i terroristi e persino gli uomini di Al Qaeda in Afghanistan”, facciamo appello ai tanti cittadini afgani che hanno conosciuto il lavoro di Emergency nei Centri Chirurgici di Anabah, di Kabul, di Lashkargah, nel Centro medico e di Maternità del Panjsheer, nelle 25 Cliniche e Posti di Pronto Soccorso, nelle 6 Cliniche all’interno delle prigioni.

Dal 1999, le strutture sanitarie di Emergency hanno fornito assistenza gratuita e di alto livello a oltre 1.400.000 cittadini afgani. Facciamo appello a loro, alle loro famiglie, ai cittadini dell’Afghanistan perché si uniscano a noi nel ricordare al Governo afgano il carattere umanitario e neutrale del lavoro di Emergency in Afghanistan, volto a fornire cure a tutti, senza discriminazione politica, etnica, di genere, religiosa.

Il Governo afgano sta invece ricorrendo a ogni mezzo perché Emergency lasci l’Afghanistan: non solo con le terroristiche dichiarazioni di Amrullah Saleh - che suonano come un aperto invito a colpire la nostra organizzazione - ma anche attraverso la scandalosa e immotivata detenzione del capo del personale dell’ospedale di Emergency a Lashkargah, Rahmatullah Hanefi, che a nome di Emergency ha messo a rischio la propria vita per salvare quella altrui. Continua a leggere ‘Emergency ritira temporaneamente lo staff internazionale dall’Afganistan’

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L’ira anonima di Washington contro il Governo italiano

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Riguardo le critiche di un “alto funzionario dell’amministrazione Bush che ha chiesto di rimanere anonimo” all’operazione del Governo italiano per la liberazione del giornalista Mastrogiacomo, Fassino sottolinea: “le critiche da fonti anonime non sono credibili“. Ieri, anticipando Fassino, swampthing aveva scritto

“Una fonte anonima. Quindi inattendibile, fino a prova contraria. […] Ma come può il governo della più grande “democrazia” del mondo affidare le sue esternazioni ad un anonimo?”.

Secondo quanto riferisce il Ministero degli Esteri, nell’incontro tra Condoleeza Rice e D’Alema avvenuto il 19 Marzo (il giorno stesso del rilascio) non ci sono state critiche all’operato italiano. E allora? Perché l’opposizione, Berlusconi in testa, prende per buona la critica di una fonte anonima americana e si schiera automaticamente contro il Governo italiano? Non era loro quelli della patria sacra? E perché i telegiornali italiani non sottolineano l’inattendibilità della fonte in quanto anonima? Ah, giusto, perché sono tutti comunisti…?!

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Economie di distruzione di massa: ragioni economiche di un possibile attacco USA all’Iran

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Riporto questo post estremamente interessante di Emanuele pubblicato sul blog BlogLibero:

Indiscrezioni di questi ultimi giorni della stampa angloamericana (tra cui New Yorker, Indipendent) riferiscono che sono allo stato avanzato i preparativi per un attacco militare all’Iran. Un possibile intervento aereo sugli stabilimenti nucleari iraniani non sarebbe che uno sviluppo di quella ‘guerra fredda’ che gli USA e Israele stanno conducendo ormai da tempo con l’Iran.
Dalle provocazioni verbali iraniane sul nucleare e sull’esistenza di Israele, cui gli USA hanno risposto con sottili minacce e con la propaganda sulle intenzioni di un attacco nucleare iraniano, si è passati all’autorizzazione statunitense di uccidere agenti iraniani in Iraq. Tuttavia, al di là di questi screzi e di una potenzialità nucleare sottovalutata dagli stessi Israeliani, il reale movente di un possibile attacco all’Iran va cercato anche in motivazioni economiche.

W. J. Clark, nel saggio del 2003 “Revisited: the real reason for the upcoming war with Iraq“, cita come ragione macroeconomica dell’attacco all’Iraq la volontà di riportare il dollaro come moneta di scambio, sperando di contrastare l’intenzione, espressa nel 2000 da paesi dell’OPEC come Iran, Iraq e Venezuela (che subì un colpo di stato nello stesso anno), di scambiare petrolio con l’euro; l’euro, infatti, oltre ad essere svalutato in maniera minore del dollaro, è la moneta della maggior parte dei paesi che scambiano petrolio con l’Iran. In questa direzione si inserisce inoltre l’intenzione del governo iraniano di aprire una borsa petrolifera alternativa alle due statunitensi. E’ chiaro che la riconversione petrolifera in euro intensificherebbe la crisi economica statunitense.
Un secondo ordine di considerazioni sulle ragioni economiche alla base della scelta di attaccare l’Iran si fonda proprio sull’ “economia di guerra” statunitense. Infatti, l’escalation terroristica in tutto il mondo che seguirebbe all’attacco iraniano non farebbe altro che gettare benzina sul fuoco della propaganda dell’amministrazione Bush, legittimando ulteriori mire militari e favorendo sempre di più il passaggio, come lo definisce il Los Angeles Times, dalla new economy a una war economy come quella statunitense.
Paradossalmente gli introiti dell’industria bellica, oltre ad essere il movente degli USA, possono costituire un ostacolo all’attacco, dato da Russia e Cina. L’opposizione delle due nazioni alle sanzioni nei confronti dell’Iran si fonda infatti sui cospicui scambi energetici e militari che Russia e Cina intrattengono con l’Iran.
Se dietro ai piani di guerra all’Iran, al di là molte altre ragioni geopolitiche, sta lo spettro di motivazioni economiche, è chiaro che il problema vada affrontato alla radice, non solo tagliando il legame tra rilancio dell’economia, occupazione e sviluppo bellico (si pensi alla propaganda dei “centinaia” di nuovi posti di lavoro che fornirebbe la base Dal Molin di Vicenza), ma anche con un opera continua di smilitarizzazione e riconversione a scopi civili di aree e fondi stanziati a spese belliche (come nella Finanziaria 2006) .

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Italia vendesi

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Un articolo di Filippo Facci, dapprima concordato e poi non pubblicato dal direttore del Giornale, Maurizio Belpietro, e quindi pubblicato su Macchianera:

Vorrei spiegare per quali ragioni sono contrario all’ampliamento della base di Vicenza e perchè le basi americane situate in Italia andrebbero tutte rinegoziate, a mio parere. E aggiungo, di passaggio, che sono anche stufo di dover sacrificare questa mia opinione al pericolo che venga confusa con quelle espresse in cortei di gente sostanzialmente stupida.

Espongo qualche ragione di principio, in primo luogo.
Un conto è una base Nato, anzitutto, e un altro è una base americana come quella di Vicenza: differenza certo non limpida ma che lascia intatto che il nostro Paese faccia parte della Nato mentre le basi americane restano completamente sottratte alla giurisdizione del nostro Paese.
In altre parole, trattasi di ampie porzioni di territorio cedute a un’altra nazione e sulle quali non è possibile esercitare nessuna forma di controllo, ripeto nessuna.

Significa, per fare un esempio retorico, che dei caccia americani possono partire da una di queste basi e abbattere colposamente una funivia facendo venti morti e poi tornarsene alla base non rispondendo in alcun modo alla giustizia italiana, che è esattamente ciò che accadde nel 1998 con la strage del Cermis.
Ma significa, parimenti, che dei caccia americani possono partire ad esempio da Aviano per bombardare Belgrado, come accadde nel 1999 ai danni della televisione nazionale, comportando accuse di mancata neutralità anche nel caso che una neutralità si volesse o si voglia mantenere. Per ipotesi, dunque, significa che un domani gli statunitensi potrebbero decidere di partire da una base italiana per bombardare chicchessia e questo indipendentemente dall’opinione della nazione che li ospita.

Sergio Romano, sul Corriere della sera, ha dovuto ricordare che condividere la dottrina Bush non significa rinunciare a vedere che l’America tende a scegliere il nemico e a passare all’uso delle armi senza interpellare la Nato. E’ successo in Iraq: Washington invocò la Nato solo quando la situazione cominciò a farsi decisamente critica. E’ successo in Somalia: gli Usa decisero di bombardare le milizie islamiche partendo da Gibuti e non interpellando gli alleati. Quando gli americani rapirono Abu Omar a Milano, e usarono la base di Aviano come tappa di trasferimento verso l’Egitto, non risulta ci abbiano informato.

Gli Usa, per dirla male, sono in grado di farci diventare automaticamente dei nemici e degli obiettivi prescindendo dalla nostra posizione, e il fatto che oggi si possa condividere la loro azione bellica non toglie che un domani le cose possano esser diverse, col particolare che le basi intanto sono sempre lì, da oltre cinquant’anni, anzi: crescono di numero, perchè il quadro internazionale vede sempre più estendersi i conflitti locali, sicchè è probabile che il passaggio nel nostro territorio di forze straniere si faccia sempre più frequente, e necessiti insomma, a mio parere, di essere ridiscusso.

Le cose sono invero cambiate, da quando nel 1954 fu siglato l’accordo bilaterale tra gli Usa e l’Italia: eppure quel patto rimane tuttora segreto e sconosciuto persino al Parlamento italiano: ai tempi, fu firmato solo dal Governo e non sottoposto alle Camere, e si parla di accordi figli della guerra fredda che riguardano anche la dislocazione di truppe e di missili nucleari.

Ora si straparla di Vicenza, ma nessuno parla del trasferimento da Gaeta a Taranto della base navale Usa, che potrà ospitare anche sommergibili a propulsione nucleare e un centro di spionaggio. Nessuno parla delle forze di terra che dovrebbero esser già state dislocate a Solbiate Olona, vicino a Milano: neppure i nostri parlamentari ne sanno nulla, come se tutto questo avvenisse all’estero, e pare troppo.

E’ inutile fingere che il blocco sovietico esista ancora e che in mezzo secolo non sia cambiato niente. E’ cambiato, certo, che al posto del blocco sovietico ora c’è il terrorismo internazionale: ma appoggiare chiaramente e lealmente il legame con gli Stati Uniti, come fece il governo precedente e come l’attuale governo annaspa nel fare, non comporta che obiettivi e strategie debbano essere una cambiale in bianco da lasciare acriticamente in mano agli americani: non quando la sua eventuale riscossione, almeno, possa aver luogo anche all’interno dei nostri confini. Avere una politica estera è altra cosa dal delegarla: anche se ancora peggio, debbo ammettere, è non averne alcuna, annacquandola ossia nel neutralismo di una sinistra pilatesca. Fermo restando, però, che stare con gli americani è un conto, essere la loro portaerei un altro.

Di fronte a questo, l’obiezione più umiliante resta quella di chi ti obietta che le basi americane contribuiscano alla prosperità economica dei rispettivi circondari: come se la sovranità nazionale fosse in vendita, e come se il 34 per cento delle spese di stazionamento Usa, secondo quanto dichiarato dalla Commissione Difesa, non fossero a carico del contribuente italiano.

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