Proprietà intellettuale, la direttiva UE

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IPRED2, la direttiva UE che punta a colpire i reati contro la proprietà intellettuale, passa in Commissione JURI ma con due emendamenti fondamentali: esclusa la perseguibilità penale per reati contro il diritto d’autore che non siano commessi su scala commerciale; esclusi anche i diritti di brevetto.
Questo significa che se il Parlamento Europeo approverà la direttiva senza troppe modifiche, scaricare e condividere musica da internet, come fotocopiare un libro o copiare quant’altro sia protetto dal diritto d’autore, non porterà in carcere i comuni cittadini, ma non gli eviterà di dover pagare multe salate.

Ovviamente il TG5 oggi ha dato questa notizia dicendo che “non è più reato scaricare” e che “saranno contenti le migliaia di giovani che scaricano musica”. Informazione sbagliata (è ancora reato, forse non sarà più penale quando la direttiva, una volta approvata dal Parlamento Europeo, verrà recepita, forse, dal nostro parlamento) e distorta (come se fossero solo migliaia e solo giovani e solo per la musica quelli che scaricano).

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UE, i parlamentari italiani vogliono bloccare Rule of Rose

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Da una notizia apparsa Punto Informatico il culmine dell’idiozia di certi politici che perseguono la demagogia piuttosto che il buon senso:

No, neppure gli adulti devono poter acquistare Rule of Rose, il videogioco che più in Italia che altrove ha scatenato mesi di polemiche, perlopiù basate su una scarsissima conoscenza del gioco. A chiedere che sia impedita tout-court la vendita e la distribuzione in Europa dell’ormai celebre titolo sono numerosi esponenti politici italiani, curiosamente quasi solo italiani, membri dell’Europarlamento.

In una proposta di risoluzione datata 7 marzo, si legge tra le altre cose che “lo scopo del videogioco è quello di seppellire viva una bambina che ha subito violenze psicosessuali e fisiche che confinano con la perversione e il sadismo”.

Per quanto del tutto destituita di fondamento (lo scopo del gioco non è seppellire viva la bambina), la tesi che proprio questo fosse l’obiettivo del videogame era sostenuta dall’articolo di un celebre settimanale italiano [ma anche molti telegiornali e Studio Aperto] di cui, a quanto pare, gli onorevoli di Strasburgo sono avidi lettori. Un articolo che, come si ricorderà, è stato al centro di dichiarazioni, reprimende e indignazioni che hanno attraversato trasversalmente molti partiti. E che è finito nel fuoco delle critiche, unanimi, degli esperti di videogaming.

Sulla presunta sepoltura il distributore del gioco, 505 Games ha già spiegato: “La sepoltura della protagonista o di qualsiasi altro bambino non appare in nessuna scena del gioco, neppure indirettamente. La scena che ha scatenato questa discussione è in realtà una sequenza onirica che ha la funzione di introdurre il gioco: una sequenza video non-interattiva nella quale la protagonista, che non è un minore, viene catturata all’interno di una tomba. La parte interattiva del gioco è basata principalmente sull’esplorazione e la risoluzione di enigmi. Le uniche sporadiche scene di combattimento sono contro mostri”.

Altre premesse della proposta comprendono: Continua a leggere ‘UE, i parlamentari italiani vogliono bloccare Rule of Rose’

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Asaq: il farmaco no profit

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Interessante notizia apparsa sul Blog di Jacopo Fo riguardo la presentazione del primo farmaco libero dal costo del brevetto e quindi a bassissimo costo. L’Asaq, questo il nome del farmaco, è infatti brevettato ma distribuito subito come “farmaco generico”: il costo infatti è di solo 1 dollaro per gli adulti, 50 centesimi per i bambini. Si tratta di un medicinale anti-malaria ed è anche il primo caso di formulazione di tipo pediatrico per questa malattia. Di seguito l’articolo completo:

E’ stato ufficialmente presentato ieri il primo, e speriamo non ultimo, farmaco libero da brevetti, copiabile ed economico.
Questa e’ gia’ di per se’ una buona notizia, a cui va aggiunto il fatto che si tratta di una terapia contro la malaria, malattia che colpisce soprattutto nei paesi poveri, causando ogni anno da uno a due milioni di vittime, l’80% in Africa.
Il nuovo farmaco, frutto di una collaborazione tra “Drugs for Neglected Diseases Initiative” (Dndi), ente non profit di ricerca e sviluppo fondato nel 2003 da Medici Senza Frontiere, e il laboratorio farmaceutico francese Sanofi-Aventis (!), e’ stato battezzato Asaq e l’intera profilassi non costera’ piu’ di 1 dollaro per gli adulti, 50 centesimi per i bambini.
Come spiega molto bene Peacelink.net, il lancio dell’Asaq segna l’avvento di un nuovo modo di concepire il farmaco, analogo al concetto dei software open source: l’invenzione non e’ di nessuno, e’ a disposizione di tutti e soggetta via via a migliorie. In questo caso, della vita.
Essendo la malaria una malattia portata dalla zanzara Anopheles, esiste anche un altro sistema, sempre open source ed economico, per combatterla, o meglio prevenirla: sono le zanzariere. Potremmo ridurre drasticamente i casi di malaria semplicemente distribuendone milioni.

Grazie ad Ariana per le informazioni tecniche.

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Economie di distruzione di massa: ragioni economiche di un possibile attacco USA all’Iran

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Riporto questo post estremamente interessante di Emanuele pubblicato sul blog BlogLibero:

Indiscrezioni di questi ultimi giorni della stampa angloamericana (tra cui New Yorker, Indipendent) riferiscono che sono allo stato avanzato i preparativi per un attacco militare all’Iran. Un possibile intervento aereo sugli stabilimenti nucleari iraniani non sarebbe che uno sviluppo di quella ‘guerra fredda’ che gli USA e Israele stanno conducendo ormai da tempo con l’Iran.
Dalle provocazioni verbali iraniane sul nucleare e sull’esistenza di Israele, cui gli USA hanno risposto con sottili minacce e con la propaganda sulle intenzioni di un attacco nucleare iraniano, si è passati all’autorizzazione statunitense di uccidere agenti iraniani in Iraq. Tuttavia, al di là di questi screzi e di una potenzialità nucleare sottovalutata dagli stessi Israeliani, il reale movente di un possibile attacco all’Iran va cercato anche in motivazioni economiche.

W. J. Clark, nel saggio del 2003 “Revisited: the real reason for the upcoming war with Iraq“, cita come ragione macroeconomica dell’attacco all’Iraq la volontà di riportare il dollaro come moneta di scambio, sperando di contrastare l’intenzione, espressa nel 2000 da paesi dell’OPEC come Iran, Iraq e Venezuela (che subì un colpo di stato nello stesso anno), di scambiare petrolio con l’euro; l’euro, infatti, oltre ad essere svalutato in maniera minore del dollaro, è la moneta della maggior parte dei paesi che scambiano petrolio con l’Iran. In questa direzione si inserisce inoltre l’intenzione del governo iraniano di aprire una borsa petrolifera alternativa alle due statunitensi. E’ chiaro che la riconversione petrolifera in euro intensificherebbe la crisi economica statunitense.
Un secondo ordine di considerazioni sulle ragioni economiche alla base della scelta di attaccare l’Iran si fonda proprio sull’ “economia di guerra” statunitense. Infatti, l’escalation terroristica in tutto il mondo che seguirebbe all’attacco iraniano non farebbe altro che gettare benzina sul fuoco della propaganda dell’amministrazione Bush, legittimando ulteriori mire militari e favorendo sempre di più il passaggio, come lo definisce il Los Angeles Times, dalla new economy a una war economy come quella statunitense.
Paradossalmente gli introiti dell’industria bellica, oltre ad essere il movente degli USA, possono costituire un ostacolo all’attacco, dato da Russia e Cina. L’opposizione delle due nazioni alle sanzioni nei confronti dell’Iran si fonda infatti sui cospicui scambi energetici e militari che Russia e Cina intrattengono con l’Iran.
Se dietro ai piani di guerra all’Iran, al di là molte altre ragioni geopolitiche, sta lo spettro di motivazioni economiche, è chiaro che il problema vada affrontato alla radice, non solo tagliando il legame tra rilancio dell’economia, occupazione e sviluppo bellico (si pensi alla propaganda dei “centinaia” di nuovi posti di lavoro che fornirebbe la base Dal Molin di Vicenza), ma anche con un opera continua di smilitarizzazione e riconversione a scopi civili di aree e fondi stanziati a spese belliche (come nella Finanziaria 2006) .

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La Virginia chiede scusa per il dramma della schiavitù

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Dopo 400 anni, la Virginia è il primo Stato americano ad approvare una risoluzione dove dichiara profondo “rammarico” per quella che è stata definita “la più orrenda tra tutte le privazioni dei diritti umani e le violazioni dei nostri ideali, avvenute nella storia della nostra nazione”.
Oltre a chiedere scusa agli indiani d’America per stermini e trasferimenti forzati da parte dei coloni, il Parlamento della Virginia, con voto unanime, ha anche riconosciuto che l’abolizione della schiavitù è stata seguita “dalla sistematica discriminazione e da altre pratiche nei confronti degli americani di origini africane, che affondavano le loro radici nel razzismo, nell’intolleranza e nell’incomprensione razziale”.
Nel 1607, a Jamestown, in Virginia, si installò la prima colonia britannica permanente. Nel 1619 arrivarono i primi schivi catturati in Africa. Anche dopo il 1865, anno dell’abolizione della schiavitù, per decenni la Virginia creò leggi ad hoc per bloccare l’ingresso dei neri nella vita pubblica e politica del Paese. Ancora negli anni 1950 e 1960 vi erano in Virginia singole comunità le cui scuole accettavano solo alunni bianchi.
Nel 2003 anche il presidente degli Usa Bush arrivò a definire la schiavitù “uno dei più grandi crimini della nostra storia”, rinunciando però a costruire una frase di scuse.

(Fonte: Repubblica, via Jacopo Fo)

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Italia vendesi

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Un articolo di Filippo Facci, dapprima concordato e poi non pubblicato dal direttore del Giornale, Maurizio Belpietro, e quindi pubblicato su Macchianera:

Vorrei spiegare per quali ragioni sono contrario all’ampliamento della base di Vicenza e perchè le basi americane situate in Italia andrebbero tutte rinegoziate, a mio parere. E aggiungo, di passaggio, che sono anche stufo di dover sacrificare questa mia opinione al pericolo che venga confusa con quelle espresse in cortei di gente sostanzialmente stupida.

Espongo qualche ragione di principio, in primo luogo.
Un conto è una base Nato, anzitutto, e un altro è una base americana come quella di Vicenza: differenza certo non limpida ma che lascia intatto che il nostro Paese faccia parte della Nato mentre le basi americane restano completamente sottratte alla giurisdizione del nostro Paese.
In altre parole, trattasi di ampie porzioni di territorio cedute a un’altra nazione e sulle quali non è possibile esercitare nessuna forma di controllo, ripeto nessuna.

Significa, per fare un esempio retorico, che dei caccia americani possono partire da una di queste basi e abbattere colposamente una funivia facendo venti morti e poi tornarsene alla base non rispondendo in alcun modo alla giustizia italiana, che è esattamente ciò che accadde nel 1998 con la strage del Cermis.
Ma significa, parimenti, che dei caccia americani possono partire ad esempio da Aviano per bombardare Belgrado, come accadde nel 1999 ai danni della televisione nazionale, comportando accuse di mancata neutralità anche nel caso che una neutralità si volesse o si voglia mantenere. Per ipotesi, dunque, significa che un domani gli statunitensi potrebbero decidere di partire da una base italiana per bombardare chicchessia e questo indipendentemente dall’opinione della nazione che li ospita.

Sergio Romano, sul Corriere della sera, ha dovuto ricordare che condividere la dottrina Bush non significa rinunciare a vedere che l’America tende a scegliere il nemico e a passare all’uso delle armi senza interpellare la Nato. E’ successo in Iraq: Washington invocò la Nato solo quando la situazione cominciò a farsi decisamente critica. E’ successo in Somalia: gli Usa decisero di bombardare le milizie islamiche partendo da Gibuti e non interpellando gli alleati. Quando gli americani rapirono Abu Omar a Milano, e usarono la base di Aviano come tappa di trasferimento verso l’Egitto, non risulta ci abbiano informato.

Gli Usa, per dirla male, sono in grado di farci diventare automaticamente dei nemici e degli obiettivi prescindendo dalla nostra posizione, e il fatto che oggi si possa condividere la loro azione bellica non toglie che un domani le cose possano esser diverse, col particolare che le basi intanto sono sempre lì, da oltre cinquant’anni, anzi: crescono di numero, perchè il quadro internazionale vede sempre più estendersi i conflitti locali, sicchè è probabile che il passaggio nel nostro territorio di forze straniere si faccia sempre più frequente, e necessiti insomma, a mio parere, di essere ridiscusso.

Le cose sono invero cambiate, da quando nel 1954 fu siglato l’accordo bilaterale tra gli Usa e l’Italia: eppure quel patto rimane tuttora segreto e sconosciuto persino al Parlamento italiano: ai tempi, fu firmato solo dal Governo e non sottoposto alle Camere, e si parla di accordi figli della guerra fredda che riguardano anche la dislocazione di truppe e di missili nucleari.

Ora si straparla di Vicenza, ma nessuno parla del trasferimento da Gaeta a Taranto della base navale Usa, che potrà ospitare anche sommergibili a propulsione nucleare e un centro di spionaggio. Nessuno parla delle forze di terra che dovrebbero esser già state dislocate a Solbiate Olona, vicino a Milano: neppure i nostri parlamentari ne sanno nulla, come se tutto questo avvenisse all’estero, e pare troppo.

E’ inutile fingere che il blocco sovietico esista ancora e che in mezzo secolo non sia cambiato niente. E’ cambiato, certo, che al posto del blocco sovietico ora c’è il terrorismo internazionale: ma appoggiare chiaramente e lealmente il legame con gli Stati Uniti, come fece il governo precedente e come l’attuale governo annaspa nel fare, non comporta che obiettivi e strategie debbano essere una cambiale in bianco da lasciare acriticamente in mano agli americani: non quando la sua eventuale riscossione, almeno, possa aver luogo anche all’interno dei nostri confini. Avere una politica estera è altra cosa dal delegarla: anche se ancora peggio, debbo ammettere, è non averne alcuna, annacquandola ossia nel neutralismo di una sinistra pilatesca. Fermo restando, però, che stare con gli americani è un conto, essere la loro portaerei un altro.

Di fronte a questo, l’obiezione più umiliante resta quella di chi ti obietta che le basi americane contribuiscano alla prosperità economica dei rispettivi circondari: come se la sovranità nazionale fosse in vendita, e come se il 34 per cento delle spese di stazionamento Usa, secondo quanto dichiarato dalla Commissione Difesa, non fossero a carico del contribuente italiano.

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New York, limiti per il videotaping di polizia

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Non piace più ai tribunali di New York la pratica ormai invalsa tra le forze dell’ordine locali di videoregistrare qualsiasi manifestazione pubblica, incontro di piazza o evento a cui partecipino una molteplicità di cittadini. Un giudice ha infatti stabilito che questo genere di azioni viola il Primo Emendamento degli americani.

Come racconta il NY Times, il magistrato Haight, della Corte distrettuale di Manhattan, ha sentenziato che le forze dell’ordine possono procedere a questo genere di registrazioni video soltanto se sussiste il timore che possa verificarsi qualche incidente o attentato, e solo dietro preventiva autorizzazione dei vertici del Dipartimento di Intelligence della polizia locale. Agire altrimenti, come accaduto ormai fin dagli attentati dell’11 settembre 2001, significa ledere il diritto di manifestare, garantito appunto dal Primo Emendamento.

La decisione di Haight, che riprende e dettaglia un pronunciamento del 2003, non si applica ai luoghi pubblici indoor, come le stazioni ferroviarie o della metro, sottovia, ponti e via dicendo.

Come nota qualcuno, si tratta di una delle prime decisioni a New York che pongono limiti alle pratiche di sorveglianza e monitoraggio sempre più pervasive adottate fin dagli attentati del World Trade Center.

(Da PI)

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Cuba abbraccia il software Open Source

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Il governo comunista di Cuba sta provando a svincolarsi dal giogo almeno di un impero del capitalista, quello della Microsoft Corp.,
unendosi con il Venezuela socialista nel convertire i propri computer al software Open-Source.

Il ministro delle comunicazioni Ramiro Valdes, un vecchio compagno del Presidente Fidel Castro, ha fatto notare che Bill Gates una volta descrisse i riformatori, incluse quelle persone che vogliono sfuggire dal software proprietario, come “una sorta di comunisti dei giorni nostri”, che è un un vanto per le prospettive cubane.

Qui potete leggere l’articolo completo.

[Via Boliboop, via Ubuntista]

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Docenti sotto processo

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Oggi sono due le notizie informatiche di cui ci occupiamo, una buona e una cattiva, riguardanti l’udo del computer da parte di due insegnati, uno russo, assolto, una statunitense, dichiarata colpevole.

Il docente russo che rischiava i campi di prigionia in Siberia per aver usato, a sua insaputa, software Microsoft non originale, è stato dichiarato non processabile dai giudici. Era intervenuto anche Mikhail Gorbachev che, in una lettera indirizzata a Bill Gates, aveva chiesto l’intervento del chairman Microsoft per porre fine al procedimento. Gates aveva risposto che non poteva e che appoggiava la politica antipirateria russa. A pesare sull’orientamento del tribunale, forse, è stata anche la battuta di Vladimir Putin, il presidente russo, che aveva bollato il caso come “ridicolo” (Qui la notizia completa).

La docente statunitense Julie Amero rischia fino a 40 anni di carcere perché dichiarata colpevole per aver corrotto la morale di una classe di ragazzini con un’invasione di popup dal contenuto esplicito che ha sommerso lo schermo del PC della scuola.
Dichiarata colpevole per la propria incapacità, per la scarsa prontezza di riflessi, complice un sistema informatico scolastico pieno di falle, che all’adware stendeva un tappeto rosso. Le polemiche montano, difesa e accusa stanno conducendo un processo parallelo in Rete, fra i commenti agli articoli e i post dei blog. (qui la notizia completa, con gli interessanti botta e risposta di accusa e difesa)

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Tre notizie orwelliane

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Tre notizie orwelliane, da grande fratello che piano piano si sta realizzando nel mondo.
La prima riguarda il progetto europeo denominato SAFEE (Security Of Aircraft In The Future European Environment), nel quale si sta lavorando a delle minuscole cam e ad altrettanto minuscoli microfoni, da mimetizzare nella parte posteriore della spalliera dei sedili dei futuri velivoli civili. Trasmetteranno immagini e suoni ad un elaboratore, equipaggiato con un software capace di individuare i movimenti e i sussurri sospetti.
Ogni strizzata d’occhio, gesti nervosi come lisciarsi i capelli, inumidirsi le labbra o sfregarsi il naso, affermano gli esperti che partecipano al progetto, potrebbero indicare che il passeggero ha qualcosa da nascondere. Magari un coltello da macellaio per minacciare il pilota, magari una cintura esplosiva, celata sotto abiti insospettabili. E i microfoni coglieranno anche il minimo sussurro: “Si sa che gli Islamici sibilano passi del Corano, prima di far esplodere le bombe”, generalizza grossolanamente il Daily Mail (qui la notizia completa). Continua a leggere ‘Tre notizie orwelliane’

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