Prodi: una nuova energia pulita, abbondante e nelle mani dei cittadini

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La frase del Presidente del Consiglio Romano Prodi, citata nel titolo e pronunciata oggi nel discorso al Senato, calza a pennello nella definizione di energia solare. Un pannello per ogni casa sarebbe un obbiettivo fattibile e che risolverebbe molti problemi di inquinamento. E nella frase stessa c’è il motivo di tanto ritardo in Italia per quanto riguarda questo tipo di tecnologie: “mani dei cittadini”, ovvero ciò che le grosse industrie non vorrebbero mai.
Dal blog Ein4Future:

Le parole del discorso di Prodi al Senato, oggi:

I profondi cambiamenti climatici in atto ci impongono l’assunzione di chiari impegni a difesa dell’ambiente, in particolare delle energie rinnovabili e di lotta all’inquinamento. Il pacchetto energia recentemente approvato dal Governo va in questa direzione con molta determinazione. In particolare, esso punta alla riqualificazione degli edifici per ridurre le dispersioni termiche, all’aumento dell’efficienza dei consumi industriali, alla mobilità sostenibile.

Ma non ci possiamo accontentare. Dobbiamo fare di più e assumere la questione ambientale come una questione centrale dell’Italia e una grande opportunità per la qualità della vita, per la competitività, per l’innovazione. Penso a un grande sforzo di ricerca per le energie rinnovabili di ultima generazione: una nuova energia pulita, abbondante e nelle mani dei cittadini. Dentro a un più forte impegno nella ricerca e nell’innovazione intendiamo lanciare un progetto sulla energia solare di ultima generazione. In questo campo, come nel campo della medicina dove in alcuni settori, come nella medicina rigenerativa, abbiamo la concreta possibilità di recuperare il tempo perduto.

Una politica che limiti il ricorso a energie altamente inquinanti esige però nel breve e nel medio termine di poter far uso di fonti più pulite e già oggi largamente disponibili, come il gas. Coinvolgendo e responsabilizzando le autorità locali, procederemo per dotare l’Italia di strutture adeguate allo scopo, dalle reti europee ai terminali.

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Follini e la rappresentatività

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Il blog il Pensatore sostiene che Il popolo non è più sovrano dal momento che Marco Follini sembra intenzionato a sostenere il governo. Per cui dovrebbe dimettersi da parlamentare perché è andato contro le volontà degli elettori che l’hanno votato. Nel suo post riconosce tuttavia che “i parlamentari non hanno vincoli di mandato” ma auspica che si introduca “un meccanismo tale da impedire questi capovolgimenti di fronte” in modo da “rimanere fedeli alla volontà popolare”. Insomma Follini avrebbe violato il principio della rappresentatività.

Nel commentare questo post, che esprime comunque dubbi leggittimi, mi sono dichiarato perfettamente d’accordo riguardo il fatto che faccia rabbia vedere uno che è stato votato in uno schieramento e poi si sposta.
Però non bisogna dimenticarsi di uno come De Gregorio (eletto con l’Italia dei Valori e poi passato all’opposizione), che non ha certo fatto il percorso lungo e sofferto di Follini. Però visto che è stata la destra a guadagnarci allora è meno facile tenerne conto per qualcuno?
Il Pensatore dice appunto che “dovrebbe esserci un meccanismo tale da impedire questi capovolgimenti di fronte”… purtroppo questo andrebbe contro la libertà d’opinione (e quindi anche la libertà di cambiarla).

La soluzione sarebbe non votare per le persone ma per i programmi che dovrebbero essere portati avanti indipendentemente dai parlamentari, qualcuno se la sentirebbe di sostenere un’idea del genere?

L’unico modo per superare i problemi della rappresentatività è la democrazia diretta, dal momento che ognuno rappresenterebbe se stesso.

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Respinte le dimissioni di Prodi

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Oggi il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha respinto le dimissioni del premier Romano Prodi auspicando una immediata verifica parlamentare della fiducia. Infatti lo stesso Napolitano ha sottolineato che “Le dimissioni si sono rese necessarie per chiarezza politica e non per obbligo costituzionale“. Come già illustrato qui, Berlusconi è stato battuto 99 volte (anche sulla politica estera) nella scorsa legislatura. Questa di Prodi è stata solo la seconda. Chi ha più correttezza politica?

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I 12 punti e l’arternativa

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Leggendo i 12 punti stabiliti da Prodi per accettare il prossimo incarico di Governo, e leggendo le comprensibili lamentele di Landofnowhare che si chiede “io elettore di sinistra, ho votato un programma del genere?”, non posso che rispondere con queste brevi considerazioni:
Condivido queste perplessità, ma l’alternativa è molto peggio. O ci si mette personalmente in politica oppure bisogna adattarsi a quello che ci viene offerto e nonostante i problemi che ci sono stati e ci saranno, questo è stato uno dei governi maggiormente riformatori della storia repubblicana anche solo considerando le liberalizzazioni (le proteste delle lobby che ha suscitato ne sono una prova). Se applicassimo la stessa mancanza di indulgenza al governo precedente che sentimento avremmo? Rischiamo di accettare le cose che fa un governo Berlusconi solo perché non ci sorprendono e non lo abbiamo votato. E’ giusto che la sinistra sia “radicale“, ma certe volte si rischia di esagerare perché, purtroppo, la politica non è una questione astratta.

Per fare un esempio: l’assenza dei DiCo nei 12 punti (oltre a non escluderli completamente, diventano solo materia parlamentare) è sicuramente frustrante, ma qualcuno pensa che invece un governo di Forza Italia, AN, Lega Nord e UdC (giusto per fantasticare che sarebbe possibile) invece li farebbe? Se in parlamento non si faranno vuol dire che la maggioranza dei cittadini ha scelto dei rappresentati senza chiedersi troppo che opinioni hanno e quanto siano succubi dei diktat della Chiesa, tutto qui.

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Troppo gentili

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Il governo è stato battuto, ok. Ma non era un voto di fiducia. Se Berlusconi nella scorsa legislatura si fosse dimesso ogni volta che il suo governo andava sotto, si sarebbe dovuto dimettere 99 volte.
Sono state proprio 99 le volte in cui il Governo Berlusconi è stato battuto in Aula.

Questa del Governo Prodi è stata solo la seconda volta. Troppo gentili.

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Italia vendesi

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Un articolo di Filippo Facci, dapprima concordato e poi non pubblicato dal direttore del Giornale, Maurizio Belpietro, e quindi pubblicato su Macchianera:

Vorrei spiegare per quali ragioni sono contrario all’ampliamento della base di Vicenza e perchè le basi americane situate in Italia andrebbero tutte rinegoziate, a mio parere. E aggiungo, di passaggio, che sono anche stufo di dover sacrificare questa mia opinione al pericolo che venga confusa con quelle espresse in cortei di gente sostanzialmente stupida.

Espongo qualche ragione di principio, in primo luogo.
Un conto è una base Nato, anzitutto, e un altro è una base americana come quella di Vicenza: differenza certo non limpida ma che lascia intatto che il nostro Paese faccia parte della Nato mentre le basi americane restano completamente sottratte alla giurisdizione del nostro Paese.
In altre parole, trattasi di ampie porzioni di territorio cedute a un’altra nazione e sulle quali non è possibile esercitare nessuna forma di controllo, ripeto nessuna.

Significa, per fare un esempio retorico, che dei caccia americani possono partire da una di queste basi e abbattere colposamente una funivia facendo venti morti e poi tornarsene alla base non rispondendo in alcun modo alla giustizia italiana, che è esattamente ciò che accadde nel 1998 con la strage del Cermis.
Ma significa, parimenti, che dei caccia americani possono partire ad esempio da Aviano per bombardare Belgrado, come accadde nel 1999 ai danni della televisione nazionale, comportando accuse di mancata neutralità anche nel caso che una neutralità si volesse o si voglia mantenere. Per ipotesi, dunque, significa che un domani gli statunitensi potrebbero decidere di partire da una base italiana per bombardare chicchessia e questo indipendentemente dall’opinione della nazione che li ospita.

Sergio Romano, sul Corriere della sera, ha dovuto ricordare che condividere la dottrina Bush non significa rinunciare a vedere che l’America tende a scegliere il nemico e a passare all’uso delle armi senza interpellare la Nato. E’ successo in Iraq: Washington invocò la Nato solo quando la situazione cominciò a farsi decisamente critica. E’ successo in Somalia: gli Usa decisero di bombardare le milizie islamiche partendo da Gibuti e non interpellando gli alleati. Quando gli americani rapirono Abu Omar a Milano, e usarono la base di Aviano come tappa di trasferimento verso l’Egitto, non risulta ci abbiano informato.

Gli Usa, per dirla male, sono in grado di farci diventare automaticamente dei nemici e degli obiettivi prescindendo dalla nostra posizione, e il fatto che oggi si possa condividere la loro azione bellica non toglie che un domani le cose possano esser diverse, col particolare che le basi intanto sono sempre lì, da oltre cinquant’anni, anzi: crescono di numero, perchè il quadro internazionale vede sempre più estendersi i conflitti locali, sicchè è probabile che il passaggio nel nostro territorio di forze straniere si faccia sempre più frequente, e necessiti insomma, a mio parere, di essere ridiscusso.

Le cose sono invero cambiate, da quando nel 1954 fu siglato l’accordo bilaterale tra gli Usa e l’Italia: eppure quel patto rimane tuttora segreto e sconosciuto persino al Parlamento italiano: ai tempi, fu firmato solo dal Governo e non sottoposto alle Camere, e si parla di accordi figli della guerra fredda che riguardano anche la dislocazione di truppe e di missili nucleari.

Ora si straparla di Vicenza, ma nessuno parla del trasferimento da Gaeta a Taranto della base navale Usa, che potrà ospitare anche sommergibili a propulsione nucleare e un centro di spionaggio. Nessuno parla delle forze di terra che dovrebbero esser già state dislocate a Solbiate Olona, vicino a Milano: neppure i nostri parlamentari ne sanno nulla, come se tutto questo avvenisse all’estero, e pare troppo.

E’ inutile fingere che il blocco sovietico esista ancora e che in mezzo secolo non sia cambiato niente. E’ cambiato, certo, che al posto del blocco sovietico ora c’è il terrorismo internazionale: ma appoggiare chiaramente e lealmente il legame con gli Stati Uniti, come fece il governo precedente e come l’attuale governo annaspa nel fare, non comporta che obiettivi e strategie debbano essere una cambiale in bianco da lasciare acriticamente in mano agli americani: non quando la sua eventuale riscossione, almeno, possa aver luogo anche all’interno dei nostri confini. Avere una politica estera è altra cosa dal delegarla: anche se ancora peggio, debbo ammettere, è non averne alcuna, annacquandola ossia nel neutralismo di una sinistra pilatesca. Fermo restando, però, che stare con gli americani è un conto, essere la loro portaerei un altro.

Di fronte a questo, l’obiezione più umiliante resta quella di chi ti obietta che le basi americane contribuiscano alla prosperità economica dei rispettivi circondari: come se la sovranità nazionale fosse in vendita, e come se il 34 per cento delle spese di stazionamento Usa, secondo quanto dichiarato dalla Commissione Difesa, non fossero a carico del contribuente italiano.

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Ricariche telefoniche, abolizione confermata ed estesa

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Alla fine, per quanto riguarda i costi di ricarica, un emendamento al decreto Bersani è stato effettivamente approvato: la commissione Attività produttive della Camera ha infatti dato semaforo verde non solo alla cancellazione dei costi fissi di ricarica per i telefoni cellulari ma anche per altri servizi del settore delle TLC.

L’articolo 1 del decreto è stato infatti approvato con le variazioni proposte dal relatore, l’onorevole Andrea Lulli (l’Ulivo), che prevedono l’estensione del divieto di introdurre costi fissi di ricarica a tutto il settore delle TLC, e quindi per servizi internet, di telefonia fissa, TV.

Il relatore del decreto sulle liberalizzazioni riferisce inoltre l’accoglimento di “due emendamenti dell’opposizione” proposti dal forzista onorevole Luigi Lazzari: nel primo si stabilisce che il termine già fissato dall’articolo 1 (30 giorni dalla data di entrata in vigore del decreto) valga anche per l’obbligo, rivolto agli operatori, di evidenziare le voci che compongono il costo effettivo del traffico nelle offerte tariffarie; il secondo recepisce il terzo comma del primo articolo: in caso di recesso dal contratto, l’utente non sarà assoggettato a vincoli temporali, né a spese non giustificate da costi dell’operatore, includendo in questi anche gli investimenti commerciali da esso sostenuti.

Sono stati invece bocciati alcuni emendamenti e sub-emendamenti. Tra le proposte cassate, le due avanzate dall’onorevole Mario Valducci di Forza Italia: con la prima si proponeva un rinvio di 60 giorni per l’entrata in vigore del divieto, mentre la seconda prevedeva l’esclusione del settore del digitale terrestre dall’abolizione dei costi fissi di ricarica. [chissà perché uno di Forza Italia volesse l’esclusione del settore del digitale terrestre… chissà]

Scartati anche gli emendamenti che volevano l’abolizione dei costi delle carte di credito prepagate, benché l’onorevole Lulli si sia dichiarato disponibile ad una valutazione ulteriore.

Da PI

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Nessun rinvio: dal 4 marzo niente costi di ricarica

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No, non ci sarà il paventato rinvio per il provvedimento che azzera i costi di ricarica di telefonia mobile, un provvedimento atteso da lungo tempo e richiesto a gran voce dai consumatori.
A garantire che dai primi di marzo i costi di ricarica saranno effettivamente cancellati è Andrea Lulli (DS), relatore del decreto legge sulle liberalizzazioni introdotto dal Governo. “La data di entrata in vigore della norma - ha specificato ieri - non si sposta e resta fissata al 5 marzo”.

Lulli nei giorni scorsi aveva indagato sull’intera questione chiedendo anche agli operatori di telefonia mobile di fornire la propria posizione sull’argomento. “Siamo un paese un po’ malato - ha dichiarato a questo proposito - avevo chiesto di valutare le controdeduzioni delle aziende, ma le osservazioni che sono arrivate sono irricevibili: non mi hanno convinto”. Ciò che invece è accaduto, ha spiegato Lulli, è che “dopo averle valutate mi hanno convinto che l’applicazione della norma nei tempi previsti è possibile oltreché giusta”.

Lulli ha anche voluto sottolineare il contenuto di un proprio emendamento che blinda il decreto: l’entrata in vigore del comma 3 articolo 1 del decreto (quello relativo a telefonia, internet e tv) ha un termine fissato in 60 giorni ma non si applica sulle ricariche: ciò significa che rimane in vigore il termine fissato in origine, ovvero quello che prevede dal prossimo 4 marzo l’abolizione dei costi di ricarica.
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La legge su i PACS l’ha scritta Mastella?

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Riporto questo interessante post di LiberaMente che mostra una contraddizione di fondo nelle dichiarazioni di Clemente Mastella contro i DiCo:

Permettere matrimoni tra persone di sesso differente e vietarlo se contratto da persone dello stesso sesso, non è forse “discriminazione causata […] dall’identità di genere o dall’orientamento sessuale delle persone.”?

In occasione della Giornata della Memoria, il Ministro della Giustizia, Mastella ha presentato un Disegno di Legge approvato dal Consiglio dei Ministri che inasprisce le pene per chiunque metta in opera azioni di incitamento a commettere atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.

Non solo:

L’articolo 1 della presente proposta, inoltre, estende l’applicazione dell’articolo 3 della legge n. 654 del 1975, anche agli atti di discriminazione di persone compiuti a causa del loro personale orientamento sessuale o della loro identità di genere, […].Il presente ddl intende invece proclamare un principio di valenza generale, sancendo l’equivalenza tra le discriminazioni causate da motivi razziali e quelle causate dall’identità di genere o dall’orientamento sessuale delle persone.

Sembra quindi che il Ministro Mastella da un lato con il DDL proposto si faccia paladino dei diritti umani e dall’altro la rinneghi!

In cosa ha sbagliato? Nello scrivere la legge o nel non voler concedere gli stessi diritti delle coppie eterosessuali a quelle omosessuali?

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Costi di ricarica, si precipita verso il rinvio

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Si parla di rinvio (da 15 giorni a 4 mesi) dei termini dell’entrata in vigore del provvedimento che abolisce il balzello sulle ricariche e la scadenza del credito prepagato a causa di presunte difficoltà tecniche. I consumatori insorgono e accusano: sarebbe una truffa insopportabile.

Da PI

Come era prevedibile, si sta sollevando una bufera intorno ad un possibile rinvio del termine previsto dal pacchetto Bersani per l’abolizione dei costi di ricarica. Gli operatori, infatti, potrebbero beneficiare di una moratoria.

Il decreto legge che vieta “l’applicazione di costi fissi e di contributi per la ricarica di carte prepagate (…) nonché la previsione di termini temporali massimi di utilizzo del traffico acquistato” stabilisce: “Gli operatori adeguano la propria offerta commerciale alle predette disposizioni entro il termine di trenta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto”. Nulla vieterebbe, quindi, un adeguamento da parte degli operatori anche prima di tale termine, ma ciò che conta è la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, che è avvenuta il giorno 1 febbraio: ne consegue che i 30 giorni scadono il 3 marzo ed è pertanto entro tale data che le offerte di ogni compagnia telefonica dovrebbero essere libere da costi di ricarica e scadenze di validità delle SIM.

Il condizionale è diventato d’obbligo in seguito alle voci che circolano da alcuni giorni: si parla di uno slittamento della scadenza, che potrebbe essere di 15 giorni, ma anche - come riferisce La Stampa - addirittura di quattro mesi, una variazione che implica l’adozione di un emendamento alla norma a cui starebbero lavorando alcuni esponenti della maggioranza. La variazione sarebbe motivata da difficoltà tecniche, evidenziate dagli operatori, nell’adeguamento dell’offerta e tra i motivi addotti dalle compagnie c’è la possibile presenza nella rete commerciale di carte prepagate tarate col vecchio meccanismo. Continua a leggere ‘Costi di ricarica, si precipita verso il rinvio’

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